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Il calore gelido dei fiordi

di Guido Gherardi

Proposti al pubblico come gruppo per teenager, nell'immaginario collettivo italiano legati indissolubilmente a una sola canzone, gli a-ha hanno celato dietro il look patinato da boy band anni 80 un talento autentico, per lo più travisato al di fuori della ristretta schiera di fedeli ammiratori
Una grande festa è in arrivo per tutti i fan dei tre ex-ragazzi norvegesi, in occasione dei trent'anni dalla formazione della band: il 14 settembre, infatti, Morten Harket (che proprio in quella data compie gli anni) si esibirà dal vivo al Sentrum Scene a Oslo, a quindici anni di distanza dal suo ultimo concerto solista in Norvegia. In più il fotografo Stian Andersen, che ha lavorato con gli a-ha sin dal 2000, pubblicherà un opulento book il primo settembre, mentre una vera e propria esibizione fotografica avrà luogo presso la galleria Stolper + Friends a Oslo dal primo al 15 settembre. In attesa dei felici appuntamenti e in occasione dell'uscita del quinto album solista di Harket (Out Of My Hands), ripercorriamo l'intera carriera artistica della pop-band scandinava, mai davvero compresa e valorizzata fino in fondo.

L'avventura discografica degli a-ha comincia sullo sfondo dei fiordi norvegesi, quando nell'estate del 1980 i due giovanissimi Paal Waaktaar (allora quasi diciannovenne) e Magne Furuholmen (non ancora maggiorenne) pubblicano con la formazione dei Bridges l'album Fakkeltog (A Torch-light Procession) insieme a Viggo Bondi e Øystein Jevanord. Nonostante si tratti dell'esordio di una band costituita da musicisti in erba, l'album rivela un'inaspettata maturità compositiva e una notevole capacità tecnica strumentale. Fakkeltog è il frutto dell'ammirazione smisurata degli autori per i Doors, citati e ripresi in tutto il corso della composizione. Persino la vocalità di Waaktaar è tesa all'imitazione di quella di Morrison, e brani come "Somebody's Going Away" suonano effettivamente come tracce inedite della storica band tirate fuori dal cassetto.
I Bridges si lanciano ambiziosamente persino nell'impresa di cimentarsi con i brani "lunghi" della band californiana: il desiderio di confrontarsi con i dieci minuti abbondanti di "When The Music's Over" si concretizza nell'altrettanto estesa traccia "The Stranger's Town" (che si apre con l'effetto "pioggia" di "Riders On The Storm"!). Il risultato è nel complesso convincente, anche perché, nonostante le evidenti citazioni, i Bridges giungono a un'interpretazione personale della musica dei loro beniamini, mostrando non pochi tratti di originalità. A un ascolto più approfondito, Fakkeltog si rivela infatti qualcosa di più di una semplice, seppur tecnicamente ammirevole, imitazione del celebre gruppo americano, tradendo influssi del progressive rock ("Scared Bewildered Wild") o regalando improvvise aperture di sapore pop ("The Vacant").
Inoltre, ascoltato col senno di poi, il lavoro si presenta oggi come un'incubatrice di idee per la futura produzione degli a-ha: il ritornello di "May The Last Dance Be Mine" e alcuni versi di "Every Mortal Night" saranno più tardi ripresi in "This Alone Is Love", mentre i passaggi di chitarra di "Pavillion Of The Luxuriant Trees" ricordano da vicino quelli di Analogue, incisa ben venticinque anni dopo.
Tuttavia, le melodie dell'album non concedono molto al facile ascolto e ben poco fa presagire la svolta "commerciale" cui perverranno improvvisamente gli a-ha. La musica d'oltreoceano fornirà comunque sempre a Paal Waaktar una costante fonte d'ispirazione nell'arco di tutta la sua carriera, segnando indiscutibilmente anche una buona parte della sua produzione futura.

L'esperienza dei Bridges non durerà a lungo. Waaktaar e Furuholmen vogliono lasciare la Norvegia e raggiungere Londra e il successo (il tema della fuga dalla propria terra sarà ricorrente nelle canzoni degli a-ha). Il secondo album omonimo dei Bridges (il cui nome si tramuta in Poem) non verrà mai pubblicato, e nel 1982 il gruppo si scioglierà. I due riescono però a convincere il promettente cantante Morten Harket ad aggregarsi, e il terzetto parte definitivamente per Londra per cercar fortuna.
E la fortuna in effetti la trovano (pur non senza fatica, agli inizi), tant'è che i neonati a-ha riescono a firmare un contratto con una delle più importanti major discografiche del mondo, la Warner Bros.
Il primo singolo degli a-ha risulterà essere anche il loro massimo successo commerciale, quella "Take On Me" che tutti conoscono. Eppure l'avvio del singolo non fu affatto facile. Inciso nel 1984, il brano passò del tutto inosservato da parte dei media e del pubblico, ma non da parte dei dirigenti della Warner Bros, che continuarono a credere nelle sue potenzialità. Alla fine la Warner decise di affidare a Steve Barron, uno dei più grandi autori di video di tutti i tempi, la realizzazione di un nuovo clip promozionale per la canzone. A Barron venne data carta bianca, con la sola condizione di riuscire a produrre qualcosa di sbalorditivo.
Le cose andarono secondo le aspettative della Warner, tant'è che il video a cartoni animati di "Take On Me" si rivelò immediatamente un enorme successo, capace di imporre la band in tutto il mondo. Il singolo di debutto scalò le classifiche mondiali, raggiungendo il numero 1 in molti Paesi, tra i quali anche gli Stati Uniti. Il video di Barron è ancor oggi annoverato tra i migliori e più celebri di tutti i tempi, un vero e proprio classico della storia della videografia.

a-haSuona alquanto paradossale il fatto che i videoclip abbiano rappresentato al contempo sia la principale ragione di successo tanto quanto quella di insuccesso del trio. Trascinato dal clip e dal singolo di "Take On Me", il primo album degli a-ha Hunting High And Low ottenne un grande successo di vendite, ma già dal secondo video i ragazzi cominciarono a dover affrontare qualche problema di censura: il video di "The Sun Always Shines On TV", girato nuovamente da Barron, non è gradito negli Usa - episodio che certamente non aiutò il processo di affermazione oltreoceano degli a-ha, tant'è che dopo il trionfale esordio di "Take On Me" la presenza della band nelle classifiche americane è stata in seguito del tutto trascurabile. In compenso, "The Sun Always Shines On Tv", come anche il remix di "Hunting High And Low" (nel frattempo uscì anche "Train Of Thought") raggiunsero i vertici delle classifiche britanniche.
Presso le giovani ragazze di tutta Europa era ormai scoppiata la "a-ha-mania". Più che per le doti musicali del gruppo, la principale motivazione dell'interesse da parte di quella fetta di pubblico fu l'avvenenza del cantante Morten Harket. Nel momento della piena esplosione commerciale dei gruppi per teenager, gli a-ha si trovarono a competere faccia a faccia con i Duran Duran e gli Wham, e Morten Harket incarnò i panni del diretto rivale di Simon Le Bon e George Michael nel cuore delle giovani acquirenti di dischi e merchandising. Quest'immagine di boyband rimarrà purtroppo cucita a vita sulla pelle della formazione, tanto da arrivare a occultare quasi interamente l'autentico talento artistico del gruppo - in primo luogo nei paesi del Sud Europa. A tanto successo commerciale presso il grande pubblico non corrisponde, infatti, un'adeguata presa in considerazione da parte della critica, la quale anzi finirà ben presto per ignorare la produzione degli anni a venire. Eppure l'album Hunting High And Low presenta in realtà diversi motivi di interesse. "Take On Me" e "The Sun Always Shines On Tv" sono degni di nota essenzialmente perché sono brani di grande impatto di massa costruiti con precisione millimetrica, impreziositi da particolari accattivanti quali i celebri riff di tastiere di Magne e i virtuosismi vocali di Morten Harket.
Ma i brani artisticamente più interessanti sono piuttosto quelli nei quali gli a-ha eccellono in un'epicità di gusto prettamente nordico, ottenuta con un sapiente utilizzo dell'elettronica post-new wave. Il citato "Train Of Thought" è un brano elettronico introdotto nuovamente da un accattivante riff (elemento imprescindibile per gli a-ha di allora) ma questa volta per flauto di pan (!). Il testo del brano, onirico e surreale, è di grande suggestione. La title track, sontuosa e struggente, è ormai una melodia classica della band. "Living A Boy's Adventure Tale" riprende il lirismo e le atmosfere epiche del brano che dà il titolo all'album in chiave maggiormente elettronica e sinfonica a un tempo, con atmosfere che verranno riprese anche nella traccia di chiusura "Here I Stand And Face The Rain".
Altre composizioni suonano ancora oggi enigmatiche e seducenti, come la misteriosa "I Dream Myself Alive". Si noti comunque come già il testo dell'apparentemente allegra ed immediata "Take On Me" sveli quel senso di fuga, abbandono e perdita che rappresenterà una delle principali caratteristiche della produzione degli a-ha ("I'll be gone in a day or twoooo...").

Il successivo Scoundrel Days, uscito nel 1986, è oggi considerato l'album "classico" degli a-ha per eccellenza. Il disco è in effetti composto da dieci brani pressoché perfetti, che scorrono via senza intoppo dall'inizio alla fine. L'edizione originale su Lp e cassetta ha il merito di rendere ben evidente la ripartizione del materiale in due gruppi abbastanza distinti: il lato A è sontuoso, sinfonico, sostenuto a livelli di alta tensione emotiva, mentre quello B è nel complesso più leggero e immediato. La title track, pur non essendo mai stata pubblicata come singolo, è da sempre una delle canzoni più amate dai fan, eseguita a ogni concerto degli a-ha. Il brano si apre con un martellante incedere di tastiere, che scandisce il procedere di strofe dai versi agghiaccianti interpretati con cinica amarezza da Morten. La durezza della strofe, che esprimono in versi alquanto criptici un opprimente senso di angoscia, si alterna alla contrastante ariosità del ritornello che tradisce, al contrario, un insopprimibile desiderio di speranza e d'amore. La tensione emotiva e il contrasto stridente sono mantenuti nel corso del brano fino all'ultima nota, urlata con dolore da Morten contro il nulla. Alla title track succede "The Swing Of Things", altro brano che condivide con il precedente la caratteristica di essere ormai divenuto un classico del loro repertorio senza mai essere uscito come singolo. Esistono varie versioni del pezzo pubblicate in contesti differenti, che testimoniano la sua importanza per gli stessi componenti della band (si passa dalla gelida new wave delle versioni demo alla maestosità del live How Can I Sleep With Your Voice In My Head del 2002).
L'album mantiene livelli molto alti anche nelle composizioni seguenti: la drammaticità e l'epicità sinfonica che già contraddistinguono le prime due canzoni esplodono in "I've Been Losing You" e "Manhattan Skyline". "I've Been Losing You" è di gran lunga il brano dal maggiore impatto sinfonico, caratterizzato da un sapiente impiego degli strumenti a fiato e delle percussioni, mentre "Manhattan Skyline" alterna la dolcezza melodica delle strofe all'aggressivo e violento stile "elettro-metal" del ritornello. La tensione viene alleggerita solo nell'intermezzo intimista e riflessivo della sognante "October".
Il lato B è nel complesso più leggero, ma si tratta di una leggerezza mai banale, che ricorda l'apparente semplicità dei Beatles. "Cry Wolf" è un bell'esempio di synth-pop che ammicca alla musica dance, basato su un'improbabile imitazione di ululati notturni. Persino i brani volutamente più immediati come "We're Looking For The Whales" o "Maybe Maybe" si presentano come piccole gemme di fresca eleganza. Altri episodi, come "The Weight Of The Wind" e "Soft Rains Of April", riprendono in parte il tono epico del lato A quasi a voler dare una continuità di fondo al lavoro.
Nel 2010 Hunting High And Low e Scoundrel Days sono stati rimasterizzati in digitale da Bill Inglot e Dan Hersch e ripubblicati dalla Rhino Entertainment, pregiata etichetta affiliata alla Warner Music e specializzata in ristampe e antologie, arricchiti con un'impressionante mole di extra track.

a-ha - Morten HarketIl felice risultato ottenuto con Scoundrel Days non poteva essere facilmente eguagliato nel breve termine, tanto più tenendo conto dello scontro frontale venutosi a creare tra il reale talento artistico della band e il desiderio della major di preservarne il successo commerciale (situazione cinicamente descritta anni dopo nel brano "The Company Man"). Non deve quindi sorprendere il fatto che il successivo Stay On These Roads fornisca un risultato più incerto, sebbene dal punto di vista commerciale l'album abbia rappresentato l'ultimo vero grande successo di pubblico della band prima della reunion all'alba del nuovo millennio.
Gli a-ha non hanno mai inteso realizzare due lavori simili in tutta la loro carriera, e in questo Stay On These Roads non costituisce un'eccezione. Le sonorità impiegate sono più scarne se paragonate ai dischi precedenti e vanno a creare un effetto dal sapore spiccatamente "sintetico" (l'uso dei sintetizzatori è molto marcato). Ma l'aspetto che caratterizza maggiormente l'album è proprio la dicotomia tra libera espressività artistica e pressanti esigenze di mercato. Questa dicotomia si impone pesantemente persino all'interno dei singoli brani presi individualmente: in "Hurry Home" l'epicità vagamente enigmatica e medievaleggiante delle strofe contrasta con l'immediatezza frivola di un ritornello che vuole essere accattivante in modo presuntuoso; "The Living Daylights" (dalla colonna sonora del film omonimo della saga di James Bond) alterna passaggi melodici interessanti a coretti da stadio eccessivamente immediati e banalmente orecchiabili. Gli a-ha arrivano poi a toccare il fondo con "Touchy" e "You Are The One", maldestri tentativi di emulazione dell'impatto commerciale di "Take On Me".
In compenso l'album contiene alcune composizioni riuscite, come la squisitamente "sintetica" e "posticcia" "The Blood That Moves The Body", la struggente "This Alone Is Love" e la melodrammatica "Out Of Blue Comes Green", affidata a virtuosismi vocali di Morten Harket dalla potente tensione emotiva.

Gli anni Novanta si aprono sotto i migliori auspici con East Of The Sun, West Of The Moon. Gli a-ha non sembrano aver preso il cambio del decennio per una semplice convenzione temporale, e l'album rivela un drastico cambiamento di rotta. Tutto sommato la band ha fiutato bene il mutamento in corso nel panorama musicale e avverte con notevole prontezza di riflessi che gli elettronici anni 80 si sono chiusi - e che è ora tempo di aprirsi alle sonorità più spiccatamente rockeggianti provenienti da oltreoceano (l'anno seguente sarebbe esploso il fenomeno Nirvana, e di lì a breve sarebbero emersi gli Smashing Pumpkins).
È pur vero che il cambiamento di rotta, per chi sia memore dell'esperienza dei Bridges, suona anche come un ritorno alle origini. "East Of The Sun, West Of The Moon" è infatti fortemente influenzato dalla musica americana, ma questa volta più dal folk, dal jazz e dall'immaginario proveniente dal cantautorato d'autore. Il rapporto d'amicizia con gli Everly Brothers offre un notevole spunto per la cover di "Crying In The Rain", scritta da Carole King, che apre le danze.
Il risultato nel complesso è veramente notevole: i tre ci regalano qui alcune delle loro tracce migliori. Si pensi ad esempio ad "Early Morning", brano dalla melodia diretta e perfettamente calibrata, o a "Slender Frame", emblematica canzone sul tema della fuga "alla a-ha", la title track dalle incisive e sontuose orchestrazioni, "Sycamore Leaves" (il cui inizio riprende ed esalta l'incipit di "Backdoor Man" dei Doors), segnata dal vorticoso e stordente crescendo di tastiere.
Ancora un tocco di pura grazia in "Waiting For Her". L'album si chiude poi con una vera perla, che anticipa il nuovo percorso stilistico intrapreso da Waaktar alla costante ricerca dell'essenzialità espressiva: "(Seemingly) Non Stop July", un brano sul tema della perdita e dello scorrere del tempo che non potrebbe essere più equilibrato e compiuto nella sua purezza melodica ridotta all'osso.

Nel 1991 gli a-ha riescono ad aggiudicarsi un importantissimo record mondiale: 198.000 spettatori paganti accorrono alla loro esibizione al festival Rock in Rio. L'evento di eccezionale importanza viene pressoché ignorato dalla stampa internazionale, fatto che suscitò non poco il risentimento di Waaktaar.
La "fase americana" inaugurata da East Of The Sun, West Of The Moon è per certi versi ripresa ma in fondo superata in Memorial Beach del 1993. Quei pochi critici che allora lo ascoltarono, di fronte a un evidente progresso musicale del gruppo che lo aveva portato ormai lontano anni luce da ogni sospetto di facile commerciabilità, si limitarono a riscontrare una certa affinità con la musica degli U2 (in alcuni tratti effettivamente ingombrante, come in "Angel in the Snow"). In realtà si tratta di una valutazione riduttiva, giacché sono molteplici gli influssi che confluiscono in questo lavoro che si amalgamano felicemente in uno stile originale.
Dopo l'inizio trascurabile di "Dark Is the Night for All" (che si apre quasi come "Where the Streets Have No Name" degli U2 salvo poi tentare di avvicinarsi, ancora una volta, a "Take On Me"), l'album mette a segno molti colpi. Tornano le influenze doorsiane nelle tastiere di "Move To Memphis", brano nel quale la fuga di Waaktaar verso la musica americana è espressamente dichiarata (e che era già presente, seppur con un diverso missaggio, nella prima antologia ufficiale della band uscita nel 1991, Headlines and Deadlines); il funky affiora magicamente nelle chitarre della coda strumentale di "Cold As Stone"; "Lamb To The Slaughter" si apre come un brano beat, il ritornello di "Locust" ha un sapore soul e "Memorial Beach" sconfina nel jazz. Ma chi, sulla base di queste premesse, si aspetterà un album "caldo" dovrà fortemente ricredersi.
Si tratta in realtà di un disco nel quale il calore della musica nera americana è raggelato da un senso di cupezza che si spalma sull'intero lavoro. Come la splendida copertina del fotografo Just Loomis evidenzia, si tratta di un album fortemente notturno. Non si può esprimere meglio l'essenza di quest'album che ricorrendo a un gioco di parole: un disco dove la musica "black" diventa musica "dark". Si potrebbe addirittura azzardare un paragone, per certi versi, con "Station To Station" o "Low" di David Bowie (da cui d'altronde hanno preso ispirazione gli U2 dei primi anni Novanta), nel quale il calore della musica soul e r'n'b è raggelato da un'impronta elettronica di matrice teutonica.
Se i brani di East Of The Sun, West Of The Moon mantengono una certa immediatezza, in Memorial Beach si cerca la perfezione millimetrica. La complessità del tappeto sonoro che emerge in canzoni come la già menzionata "Cold As Stone" o "How Sweet It Was" è impressionante. La voce di Harket è ora sofferente e tetra, in linea perfetta con le sonorità dell'album.
Il disco viene chiuso da una delle canzoni degli a-ha più belle in assoluto. La title track è infatti una melodia semplicemente perfetta interpretata in modo magistrale da un Morten Harket che ora va in cerca delle note più basse anziché di quelle più alte. Altro che boyband: il paragone che sorge immediato è con il dolente Nick Cave di "The Sorrowful Wife".
Nonostante l'alto livello qualitativo, le vendite di Memorial Beach deludono (il video del singolo di punta, "Dark Is The Night", viene nuovamente censurato da Mtv che lo definisce disturbing), e portano il gruppo allo scioglimento per molti anni.

a-haTuttavia, durante i sette anni che dividono Memorial Beach dal primo album della reunion nessun membro degli a-ha resta con le mani in mano. Morten Harket pubblica tre album da solista (Poetenes Evangelium, Wild Seed e Vogts Villa) di cui due in lingua norvegese. Se nel primo lavoro Morten interpreta brani di poeti suoi connazionali, i seguenti lavori rivelano a sorpresa l'inaspettato talento compositivo di un Morten Harket sempre relegato in secondo piano come autore all'interno del gruppo. Sono diverse le tracce che si segnalano per la robustezza stilistica (da "Half In Love And Half In Hate" a "Broadsky Tune" passando per "Himmelske Danser", solo per citarne alcuni). La vocalità di Morten raggiunge spesso livelli di grande drammaticità e sofferenza. La frivolezza interpretativa di "Take On Me", pur tecnicamente ineccepibile, è ormai lontana. Particolarmente riuscita anche la cover di "Ready To Go Home", scritta e in origine interpretata dai 10cc. A dare un notevole valore aggiunto è anche l'intelligente produzione di Kjetil Bjerkestrand, capace di portare a perfezione qualsiasi tipo di ispirazione sonora e sempre pronta ad aggiungere mistero, emozione, fascino ed eleganza ad ogni traccia.

Stranamente la produzione di Paal Waaktaar, l'autore più prolifico all'interno del gruppo, non risulta sempre pienamente soddisfacente. Dopo aver fondato con la moglie Lauren Savoy e con Frode Unneland il gruppo dei Savoy, incide ben quattro album (Mary Is Coming, Lackluster Me, Mountains Of Time, Reasons To Stay Indoors) dall'esito incostante. È però da segnalare la drastica svolta stilistica del gruppo rispetto allo stile che contraddistingue gli a-ha. Che non si tratti affatto di un clone della band più celebre è evidente sin dal primo disco, con le sue inaspettate aperture verso sonorità maggiormente vicine al rock di quanto non si sia mai ascoltato in un qualsiasi altro lavoro ("Daylight's Wasting", "Foolish", brani piuttosto interessanti, o ancora "Get Up Now"). D'altronde, l'influenza esercitata dalla consorte americana (!) sullo stile di Waaktaar sarà quanto mai evidente in tutta la produzione dei Savoy. Il successivo Lackluster Me si apre in modo piuttosto convincente per poi perdersi nella seconda parte. Reasons To Stay Indoors contiene alcune gemme (tra cui la malinconica title track) ma anche brani meno incisivi.
L'album nel complesso più riuscito è Mountains Of Time, nel quale il percorso intrapreso verso la ricerca della semplicità e dell'immediatezza porta Waaktaar a essere per certi aspetti uno dei migliori emulatori di Lennon in circolazione ("See What Becomes", "Everyone" e soprattutto "Tongue Tied"). Gli esiti stilistici raggiunti in brani quali "The End Of The Line", con le sue pacate orchestrazioni, o "Bottomless Pit", piccolo capolavoro folk (titoli che ben esprimono il pessimismo di Paal sempre incline alla depressione) sono decisamente degni di nota.

Dei tre membri è Magne Furuholmen quello che intraprenderà maggiormente la via delle sperimentazioni, fondando i Timbersound, gruppo specializzato nella produzione di colonne sonore, insieme a Bjerkestrand e con la collaborazione di Freddie Walden. Il primo album inciso è Ti Kniver I Hjertet (Dieci coltelli nel cuore), nel quale il gruppo, alla ricerca di uno stile proprio, saccheggia in lungo e in largo varie fonti di ispirazione (arrivando a coverizzare persino "Il ragazzo della Via Gluck" di Celentano). Ma è in Hotel Oslo che i Timbersound riescono a realizzare tracce strumentali e vocali di notevole valore - quali, solo per citarne alcune, "Con Sordino", "In The Hands Of Fools", "A Room For Thought", "We'll Never Speak Again", "Freddie's Hymn: Ismael - Sea Of Blood". Da apprezzare, oltre all'uso sapiente delle strumentazioni e delle melodie, anche l'ottima produzione di Bjerkestrand, sempre caratterizzata da suoni nitidissimi, e la vocalità ad un tempo soave e dolente di Walden affiancata in "We'll Never Speak Again" da Anneli Marian Drecker dei Bel Canto (altro gruppo fondamentale del panorama musicale norvegese).

Il successivo Hermetic è, come il titolo espressamente dichiara, un album sperimentale e criptico, costituito principalmente da esperimenti sonori e vocali e dove tuttavia può trovare spazio una sublime composizione per pianoforte ("Solve Et Coagula 10"), il cui suono lontano sembra scaturire dimessamente dal silenzio e in esso tornare (trattasi di una vera e propria composizione per "pianoforte e silenzio").

Magne incide infine a proprio nome una nuova colonna sonora, Dragonfly: una ventina di minuti di musica strumentale e sperimentale (con la sola eccezione della vocale title track dal sapore folk) che raggiunge il culmine stilistico nell'ancor più sublime composizione per pianoforte "Swimming In Silence", perfetto compimento dell'idea compositiva di "Solve Et Coagula 10": i tasti del pianoforte appena sfiorati producono note che paiono originarsi dal nulla e diffondersi attraverso una buia e densa massa d'acqua.

L'occasione per una reunion ufficiale degli a-ha avverrà solo qualche anno più tardi in occasione del concerto per l'assegnazione del Premio Nobel per la Pace nel 1998 (canteranno "Summer Moved On" in una sontuosa versione orchestrale), ma è solo nel 2000 che uscirà il loro primo nuovo disco in sette anni d'assenza: Minor Earth/Major Sky. Le vendite dell'album si rivelano piuttosto buone, riportando gli a-ha in auge in molti Stati (nonostante l'ennesima censura da parte di Mtv di un loro video, in questo caso quello di "Velvet", accusato di necrofilia).
D'altronde l'inizio del nuovo millennio segna finalmente una fase di parziale riabilitazione degli a-ha, che raccolgono parole di elogio da parte di nomi illustri, quali gli U2 (la cui "Beautiful Day", volutamente o meno, ricorda in alcuni passaggi "The Sun Always Shines On Tv"), Leonard Cohen, Morrissey, i Pet Shop Boys, i Coldplay e gli Oasis, per citarne alcuni. Artisticamente, il disco segna l'inizio di una fase spiccatamente lirica ed emotiva (e di recupero dell'elettronica) che segnerà anche i dischi a venire.
L'album si apre con la title track, brano ben riuscito sebbene stilisticamente un po' isolato nel contesto. Le sue liriche rendono perfettamente il senso di smarrimento avvertito da chi cerca di lasciare una traccia nell'immensità dello spazio (un chiaro riferimento alla propria carriera artistica?). Seguono "Little Black Heart", piccolo gioiello caratterizzato dalla perfetta sintonia tra musica e parole, condotte all'unisono attraverso alternanti cambiamenti di umore (con una maestria che ricorda i Beatles di "You Never Give Me Your Money"), e "Velvet" (canzone già nel repertorio dei Savoy) che strizza l'occhio alla canzone d'autore (qualche analogia si potrebbe trovare con il De André de "La canzone dell'amore perduto"), poi l'esplosione del pathos con la melodrammatica "Summer Moved On".
Una riflessione sarcastica nei confronti della propria carriera, tesa tra ispirazione artistica autentica e ricerca di proficue strategie commerciali, è il tema di "The Company Man". Si segnalano ancora tra le altre "You'll Never Get Over Me", composizione struggente e intensa dal sapore "classico", e "Mary Ellen Makes The Moments Count", quasi una rivisitazione della beatlesiana "Eleanor Rigby".
Più che sul piano dell’innovazione, gli a-ha puntano ora su quello dell'emozione, dando piena voce ai sentimenti di perdita, abbattimento, incomunicabilità e solitudine. Se si eccettua qualche momento di dolore acuto ("Summer Moved On"), il diffuso sentimento di privazione che pervade l'album è quello del disincanto della maturità che riflette sulle mancanze della vita.

Il successivo Lifelines contiene alcuni brani interessanti, ma forse pecca troppo di eterogeneità. Il lavoro si presenta come un album dalle sonorità più "fredde" rispetto al precedente, a rievocare le atmosfere synth-pop anni 80 ("Forever Not Yours", "You Wanted More", "Did Anyone Approach You?"). La title track prova a riprendere le atmosfere struggenti di "Minor Earth/Major Sky", ma si abbandona troppo a un lirismo emotivo quasi stucchevole. Tuttavia il disco contiene anche momenti felici, in particolare la cupa e tenebrosa "Less Than Pure" di Waaktaar, probabilmente l'apice dell'intera opera.

Nel 2004 i Savoypubblicano un album omonimo, che dà il meglio di sé nell'ultima traccia, "Isotope", lugubre e apocalittica ballata dalle sonorità affini a "Lucky" dei Radiohead. Magne Furuholmen pubblica invece il suo primo album di canzoni, Past Perfect Future Tense, nel quale abbandona le sperimentazioni dei suoi lavori precedenti. Nonostante le collaborazioni illustri (Guy Berryman eWill Champion dei Coldplay e Andy Dunlop dei Travis), l'album non si segnala per particolare originalità.

Nel 2005 esce Analogue. Quest'album, come il successivo, mostra una maggiore compattezza stilistica rispetto a Lifelines. Il lirismo malinconico degli a-ha punta dritto al raggiungimento del sublime, soprattutto nelle mani di Magne, aiutato nell'impresa dalla voce celestiale di Morten Harket in brani quali "Cosy Prisons", "Birthright" e "A Fine Blue Line". L'impronta del disco è infatti data da Furuholmen, autore di gran parte delle canzoni, che riesce persino a imitare in modo del tutto convincente lo stile di Waaktaar in quella perla conclusiva costituita da "The Summers Of Our Youth".
L'album si apre con "Celice", forse il brano stilisticamente più ambizioso, nella sua combinazione di gelidi sintetizzatori anni 80 con calde chitarre hard in stile anni 70. Atmosfere ottantiane riaffiorano ancora nell'uso delle tastiere della successiva "Don’t Give Me Any Favours" (nel quale gli a-ha rendono grazie ai loro discepoli Keane per gli apprezzamenti ricevuti) e poi nella title track.
Analogue vanta il remixaggio ad opera del noto produttore Flood (già collaboratore di U2, Nine Inch Nails, Depeche Mode, Smashing Pumpkins, PJ Harvey, Erasure e Sigur Ros), nonché una collaborazione prestigiosa con un nome classico della storia del rock, Graham Nash (Crosby, Stills, Nash and Young), ospite d'onore in "Cosy Prisons" e "Over The Treetops". Più che come lavoro innovativo, l'album deve essere ascoltato come una lunga esperienza emozionale. La freddezza nuda e cerebrale di "Celice" lascia subito spazio all'emotività più intensa, che pervade tutto il resto dell'opera ed esplode nella finale "The Summers Of Our Youth". Malinconia, perdita, conflittualità sono rappresentati nelle liriche e nelle melodie con apparente immediatezza e semplicità, ma la tensione emotiva è sempre elevata.
Nonostante la qualità artistica, l'album deluse molti fan e critici, probabilmente perché si tratta di un'opera che più delle altre necessita di un certo numero di ascolti per poter essere apprezzata appieno. Memori delle esperienze precedenti, gli a-ha realizzarono due versioni del video "Celice", una più azzardata e un'altra più adatta alla diffusione sui media, ma le vendite complessive dell'album risultarono immeritatamente al di sotto delle attese. Tuttavia il singolo "Analogue" ebbe il pregio di riportare gli a-ha nella Top 10 britannica dopo molti anni d'assenza.

Nei quattro anni successivi gli a-ha procederanno con i progetti solisti. Morten realizzerà un nuovo album, Letter From Egypt, che si avvale nuovamente della diligente produzione di Bjerkestrand, impegnato a impreziosire le tracce del disco con sonorità eleganti e curate ma calibrate al punto giusto per esaltare e non occultare minimamente la vocalità di Harket. Magne incide un nuovo album, A Dot Of Black In The Blue Of Your Bliss, che è più convincente del precedente Past Perfect Future Tense. A rendere la collezione più meritevole d'attenzione è un maggior uso dell'elettronica (a rievocare le atmosfere sintetiche degli anni 80, vedasi "Come Back", "The Longest Night", "Too Far Too Fast") ma anche la maggior capacità di confezionare brani gradevoli ed equilibrati eppure non banali con gli strumenti tradizionali ("Time & Place", "Running Out Of Reasons").

I Savoy pubblicheranno una selezione di canzoni dai loro album (Songbook Vol. 1) con alcuni inediti, tra i quali la convincente "Best Western Beauty". Nel frattempo, la solida fedeltà del pubblico tedesco consente agli a-ha di partecipare a Berlino all'evento mediatico di risonanza mondiale Live 8, organizzato da Bob Geldof come seguito del celebre Live Aid di vent'anni prima.

a-haNel 2009 esce l'ultimo album in studio degli a-ha, Foot Of The Mountain, e la band annuncia di sciogliersi nuovamente. Il disco è stilisticamente piuttosto compatto, marcatamente improntato al recupero delle atmosfere elettroniche degli anni 80. I fan in generale apprezzano questo apparente ritorno alle origini, tant'è che l'album raggiunge il primo posto in classifica in Germania e a sorpresa il quinto nella classifica inglese (la più alta postazione dall'epoca di Stay On These Roads).
In realtà le sonorità che caratterizzano Foot Of The Mountain non rappresentano una mera riproposizione delle soluzioni adottate nei loro album di quel decennio; il lavoro costituisce piuttosto un ripensamento a posteriori di quello che furono quegli anni. L'effetto complessivo di questa reinterpretazione del passato è abbastanza interessante.
L'album alterna brani del tutto trascurabili ad altri di valore. La title track, come molti altri brani, riprende temi provenienti da tracce incise nel passato da Magne (in particolare dal suo precedente album solista, ma anche da Ti Kniver I Hjertet). Alti livelli si raggiungono nell'emotiva "Shadowside", nel quale Waaktaar fa di nuovo i conti con il suo lato oscuro, nell'intellettualistica "Mother Nature Goes To Heaven", o in "Start The Simulator", suggestivo valzer spaziale che strizza l'occhio allo Strauss di "2001 Odissea nello Spazio" di Kubrick, ma anche ai Beatles di "Being For The Benefit Of Mister Kyte", e che infine suona come una demo ancora tutta da ripulire rimasta congelata in un cassetto dai lontani anni Ottanta.

Che gli a-ha di fine carriera vadano in cerca delle proprie origini appare evidente anche nelle uscite dell'anno successivo, quando per festeggiare il venticinquesimo anniversario di attività nonché per consolare i fan del loro prossimo scioglimento fanno uscire due versioni deluxe dei primi due album e l'antologia definitiva 25, l'unica che racchiude davvero tutti i successi del gruppo norvegese da "Take On Me" all'inedita "Butterfly, Butterfly (The Last Hurrah)", struggente e commovente composizione di Waaktar che rappresenta l'addio ai loro fan, e anche una scelta ragionata di fan favourite e single version difficilmente reperibili in formato digitale.

Nel frattempo Magne Furholmen torna finalmente alle sperimentazioni fondando il supergruppo degli Apparatjik insieme a Martin Terefe (già suo collaboratore nei precedenti album solisti e in Analogue), Guy Berryman dei Coldplay e Jonas Bjerre dei Mew. Il primo album inciso dalla band è We Are Here: l'esperimento di elevazione delle rozze sonorità demo alla dignità di prodotto finito diventa la chiave stilistica fondamentale. Assai suggestivo anche l'aspetto visivo e multimediale del progetto Apparatjik, basato su una sorta di surrealismo scientifico fondato sulla distorsione delle nozioni della fisica teorica (dimensioni spazio-temporali, entanglement theorem, meccanica quantistica, solidi geometrici...). Tra vezzosi coretti falsettati e melodie accattivanti, We Are Here si presenta come un campionario di sonorità sintetiche per tutti i gusti, risultando alla fine un disco ambiguo ed inclassificabile (revival new wave? Sperimentazione? Dance? Pop-music commerciale? Puro kitsch?) e proprio in questo risiede in fondo il suo fascino.

Come atto conclusivo gli a-ha girano il mondo in occasione dell'ultimo tour, muovendosi tra Giappone, America del Nord, America del Sud ed Europa, per terminare ufficialmente la propria attività il 4 dicembre 2010 a Oslo di fronte a una platea proveniente da tutto il mondo (anche se in realtà l'occasione per una riunione fuori programma si avrà ancora l'anno successivo in occasione di un concerto di solidarietà a favore delle vittime del massacro di Utoya).

Il quinto album solista di Morten Harket, Out Of My Hands, è un lavoro radicalmente diverso dai precedenti, tant'è che questi al confronto possono essere ora visti come un discorso unitario a parte. Qui non ci sono più le produzioni eclettiche di Bjerkestrand, ci si immerge piuttosto nel synth-pop raffinato grazie al contributo di Steve Osborne, già presente in veste di produttore in Foot Of The Mountain. Il disco procede traccia dopo traccia in modo liscio e leggero, ma senza lasciare solchi profondi. C'è molta accuratezza nel confezionare i pezzi, come sempre, e la voce di Morten è al solito sempre ben impostata, ma il tutto sembra essere più opera di "mestiere" che d'ispirazione autentica. Si segnala comunque la presenza di un contributo scritto appositamente dai Pet Shop Boys ("Listening"), che può destare interesse negli appassionati del genere.

La voglia di fare musica sembra ancora interminabile, tant'è che all'indomani dello scioglimento Waaktaar fonda con Jonny Gnecco degli Ours un nuovo gruppo, i Weathervane, incidendo una canzone dal titolo omonimo e Furuholmen procede convinto con il progetto Apparatjik. Assai interessante è la strategia di produzione del secondo album della band, che coglie appieno lo spirito interattivo della nostra epoca in cui il pubblico la fa sempre più da protagonista. Gli Apparatjik rendono infatti disponibile una bozza del nuovo lavoro su un apposito forum online, dando la possibilità agli ascoltatori di scaricare i brani e di remixarli a proprio piacimento, nonché di sottoporre al gruppo le proprie versioni con l'opportunità di vederle incise nella versione finale dell'album. Una strategia di marketing online che supera nettamente quelle utilizzate in precedenza con tanto scalpore dai Radiohead.
Square Peg In A Round Hole nasce così, e i nomi degli autori delle versioni definitive sono impressi sulla custodia del compact disc. Tuttavia, l'opera "corale" risulta essere al di sotto delle aspettative: sembra infatti che il supergruppo abbia perso buona parte di quella fresca creatività compositiva che aveva caratterizzato il primo album. In larga parte, il disco è un vuoto divertissement - se in We Are Here i coretti falsettati erano sostenuti da melodie emozionanti ("Josie", "Look Kids") ora esprimono un vuoto estetismo patinato, che fa degli Apparatjik una scialba imitazione degli Empire Of The Sun (e forse pure un po' dei Gorillaz). Qualche cosa degna di nota comunque c'è: i ritornelli di "BlastLocket" potrebbero piacere molto al miglior David Byrne "esotizzante". Gli Apparatijk riescono persino nel colpaccio di agganciarsi al mainstream: "Do It Myself" è realizzata insieme alla star dell'hip-hop Pharrell, membro dei N*E*R*D*.

Nel 2014 Morten Harket, forse non troppo soddisfatto dagli esiti pop di medio livello del lavoro precedente, prova a guardare al passato di Wild Seed e a rivestire ancora una volta gli abiti del cantautore professionista nell’album Brother. Invero, egli annuncerà alla stampa il nuovo disco proprio come il successore del suo riuscito debutto solista del 1995. Si tratta a tutti gli effetti di una riproposizione di canoni stilistici già esplorati da Harket nei suoi dischi precedenti, ma che rimane ben lontana dagli apici del suo passato, contenendosi piuttosto nei limiti di un manierismo scarsamente vitale, sebbene l’impegno compositivo ci sia e si veda. Stesso discorso vale per la produzione, contraddistinta da tutta la migliore volontà, ma che manca della scintilla creativa che identificava l’apporto di Bjerkestrand nei lavori precedenti. Si segnalano comunque la traccia di apertura, la title track, e quella di chiusura, “First Man On The Grave”.

Nonostante l’annunciato scioglimento ufficiale della fine del 2010, gli a-ha tornano a sorpresa con un nuovo album di zecca, Cast In Steel, nel 2015, sfidando critica e fan nel ritorno deciso al sottovalutato Analogue di dieci anni prima. L’interesse principale di tutti i tre membri del gruppo è concentrato sulla creazione di melodie toccanti sul piano emotivo e al contempo di un’eleganza compositiva ancora una volta tesa al raggiungimento del sublime. Una perfezione calligrafica cristallina dà vita a brani come la title track e la successiva “Under The Make Up”, mentre “Objects In The Mirror”, “She’s Humming A Tune” e “Goodbye Thompson” si segnalano per lo stile melodico e vocale intenso e struggente. Riuscita è anche la nuova incursione techno-synth di Magne Furuholmen in “Mythomania”, vicina ai felici esiti depechemodiani di “Cannot Hide” da Lifelines o di “The Bandstand” da Foot Of The Mountain.

Girano voci che questa riunione sia solamente temporanea, limitata all’uscita dell’album e al relativo tour promozionale. Ma la voglia di fare musica insieme sembra tutt’altro che sopita, quindi, ci auguriamo, vale ancora la pena di attendere nuovi inaspettati capitoli di una saga che porta con sé gli umori delle fredde terre del Nord.

a-ha

Il calore gelido dei fiordi

di Guido Gherardi

Proposti al pubblico come gruppo per teenager, nell'immaginario collettivo italiano legati indissolubilmente a una sola canzone, gli a-ha hanno celato dietro il look patinato da boy band anni 80 un talento autentico, per lo più travisato al di fuori della ristretta schiera di fedeli ammiratori
a-ha
Discografia
 BRIDGES 
   
 Fakkeltog (Våkenatt, 1980) 
  

 

 A-HA 
   
Hunting High And Low (Warner Bros, 1985) 
Scoundrel Days (Warner Bros, 1986) 
 Stay On These Roads (Warner Bros, 1988) 
 East Of The Sun, West Of The Moon (Warner Bros, 1990) 
 Headlines And Deadlines: The Hits Of a-ha (antologia, Warner Bros, 1991) 
Memorial Beach (Warner Bros, 1993) 
 Minor Earth/Major Sky (WEA, 2000) 
 Lifelines (WEA, 2002)  
 How Can I Sleep With Your Voice In My Head (live, WEA, 2003) 
 The Singles 1984 | 2004 (antologia, Warner Strategic Marketing, 2004) 
 Analogue (Polydor, 2005) 
 Foot Of The Mountain (We Love Music, 2009) 
25 (doppio cd, antologia, Rhino, 2010) 
 Ending On A High Note: The Final Concert (live, We Love Music, 2011) 
 Cast In Steel (Universal, 2015) 
  

 

 MORTEN HARKET 
   
 Poetenes Evangelium (Kirkelig Kulturverksted, 1993) 
Wild Seed (Warner Bros, 1995) 
 Vogts Villa (Norsk Plateproduksjon AS, 1996)  
 Letter From Egypt (Polydor, 2008) 
 Out Of My Hands (Island, 2012)  
 Brother (Universal, 2014) 
  

 

 SAVOY 
   
 Mary Is Coming (Warner Bros, 1996) 
 Lackluster Me (EMI, 1997) 
Mountains Of Time (EMI, 1999)
 Reasons To Stay Indoors (EMI, 2001) 
 Savoy (Eleventeen Records, 2004) 
Savoy Songbook Vol. 1 (antologia, Universal, 2007) 
  

 

 TIMBERSOUND 
   
 Ti Kniver I Hjertet (colonna sonora, Warner Bros, 1994) 
 Hotel Oslo (colonna sonora, Norsk Plateproduksjon, 1997) 
 Hermetic (colonna sonora, Rune Grammofon, 1999) 
  

 

 MAGNE FURUHOLMEN 
   
 Dragonfly (Warner Music Norway, 2001) 
 Past Perfect Future Tense (Passionfruit, 2004) 
 A Dot Of Black In The Blue Of Your Bliss (Polydor, 2008) 
  

 

 APPARATJIK 
   
 We Are Here (Metamerge Un Ltd, 2010) 
 Square Peg In A Round Hole (Metamerge Un Ltd, 2012) 
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

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Recensioni

A-HA

Cast In Steel

(2015 - Universal)
Un ritorno (quasi) a sorpresa per la band norvegese targata anni 80

A-HA

25

(2010 - Rhino Entertainment)
La summa del trio di Oslo. Ovvero, come si compila un'antologia (quasi) perfetta in 39 semplici passi ..

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