Fabio Zuffanti


Fabio Zuffanti

Il factotum del neo-prog italiano

intervista di Michele Saran


Quella di Fabio Zuffanti è un'avventura, quasi un'epopea, tuttora in divenire, di un percorso composito non solo neo-prog. Dai gloriosi Finisterre agli Höstsonaten, da LaZona a Aries, alle collaborazioni, fino alle lande industrial del progetto R.u.g.h.e., alla rock-opera Merlin, e alla svolta canzone della tarda carriera solista. Ce la racconta lui stesso, in un'intervista esclusiva.

Alfiere del rock neo-progressivo italiano con gli storici Finisterre, ma poi titolare via via di un percorso composito, inarrestabile, tutt'ora in divenire, che lo ha portato a concepire progetti come Höstsonate, R.u.g.h.e., Aries, laZona, la rock-opera Merlin, e un omaggio alla svolta canzone del Battiato più classico, ne La Foce del Ladrone. Fabio Zuffanti si racconta per noi.

 

Per cominciare, benvenuto nella nostra webzine Fabio, tutto bene?

Tutto bene, grazie Michele. Onoratissimo di essere ospite delle pagine di OndaRock.

 

Districarsi nella tua molteplice, multiforme e eclettica discografia non è cosa semplice. Una domanda a bruciapelo: dove trovi il tempo necessario a gestire così tanti progetti?

Molto semplicemente dedico l'80% della mia vita ad essi. Una decina d'anni fa presi il coraggio tra le mani e decisi di mollare il lavoro ‘normale' che svolgevo per occuparmi solo di musica. Da quel momento non ho più smesso di dedicarmi anima e corpo alla nostra beneamata arte. Un po' per passione sfrenata, un po' per pura sopravvivenza passo quindi quasi tutto il mio tempo a escogitare nuovi dischi e progetti per imparare sempre nuove cose e vivere di quello che faccio. Conta poi che sono una persona che lavora molto celermente (a volte anche troppo) e quindi mi ritrovo in breve tempo a disporre di moltissimo materiale che poi dipano nel tempo. Insomma, un piacevolissimo tour de force perenne che mi da la giusta spinta vitale.

 

Possiamo chiamarti "one-man project(s)"?

Beh, di solito con "one-man (qualcosa)" si intende uno che fa tutto da solo. Io da solo compongo ma poi per realizzare i miei dischi o quelli dei gruppi nei quali sono coinvolto ho un estremo bisogno di avvalermi del prezioso aiuto dei musicisti con i quali sono solito collaborare. Il loro apporto contribuisce a rendere concreto quello che è il mio astratto (e a volte un po' confuso) pensiero. E, anche se ci sono alcuni casi in cui ho realizzato degli album in perfetta solitudine, è grazie a loro che le mie idee diventano realtà.

 

Raccontaci, a braccio, qualcosa dei tuoi primissimi esordi, la tua formazione.

Ho cominciato a suonare il basso elettrico a 15 anni perché mio fratello maggiore ne possedeva e suonava uno. Un paio d'anni prima, sempre grazie al fratello, avevo appreso i fondamentali rudimenti della chitarra. Non ne conosco il motivo ma il basso mi attraeva maggiormente come strumento e quindi appena mi sono sentito pronto ho cominciato a strimpellarlo con costanza e impegno. Il tutto sempre da autodidatta. A 17 anni ho messo su il mio primo gruppetto scolastico nel quale eseguivamo cover di U2, Pink Floyd, Cure etc. La cosa è andata avanti tra alti e bassi fino all'età di 22 anni, momento nel quale sono entrato a fare parte dei Calce & Compasso, formazione genovese che proponeva una sorta di blues-pop-psichedelico-cantautorale. Band che da lì a poco, nel 1993, avrebbe mutato pelle cambiando genere e nome e diventando Finisterre.

 

I Finisterre, anche trattati su queste pagine, sono il battesimo del fuoco. Qual è stato, a conti fatti, il vostro intento? Quale l'evoluzione stilistica attraverso gli anni? 

Finisterre è stata la band con la quale ho inciso il mio primo disco in assoluto (Finisterre, 1994 Mellow Records). Hanno quindi conservato un posto di riguardo nel mio cuore per tutti questi anni. Il gruppo è l'esempio della mia non-centralità in alcune formazioni con le quali suono e che invece da fuori sono viste come miei progetti. Il compositore principale del gruppo è sempre stato infatti il pianista Boris Valle e credo sia grazie a lui se i Finisterre non sono diventati uno dei tanti gruppi new-prog ma ci sia sempre stato un particolare sound che ha contribuito a renderci un po' diversi (e in qualche caso parecchio diversi) rispetto al genere. Boris è infatti da sempre un grande appassionato di musica contemporanea, elettronica e minimalismo. Io da parte mia ho portato l'amore per il prog "classico" e il chitarrista/cantante Stefano Marelli inflessioni Pink Floyd-iane, pop e a volte cantautorali.

Dopo il primo disco omonimo, un album prettamente prog, i Finistrre hanno cominciato a sperimentare e già nel secondo In Limine (Mellow Records, 1996) sono molteplici i momenti free, industrial, minimalisti, jazz (un jazz assai astratto) e folk. Del resto il progressive non dovrebbe essere un genere che ne ingloba molti altri? Molto strano da questo punto di vista il fatto che il gruppo è stato ampiamente criticato dai fan più "talebani" tutte le volte che ha cercato di abbandonare i classici sentieri del rock progressivo sinfonico per spingersi nell'esplorazione di nuovi territori musicali.

Con il terzo album In Ogni Luogo, uscito nel 1999 per Iridea Records (e ristampato lo scorso anno da AMS Records), abbiamo compiuto un discreto salto di qualità. Registrato a Milano con la produzione del mitico Roberto Colombo e la collaborazione alla voce della cantautrice Francesca Lago, cercava di spingersi in territori meno sperimentali o classicamente prog a favore di situazioni più pop e, in molti punti, vicine a quello che sarebbe poi stato chiamato post-rock.

Nel 2004 l'ultimo capitolo (per il momento) della nostra storia La Meccanica Naturale, prodotto da Franz Di Cioccio e pubblicato dalla sua etichetta Immaginifica Records. Un disco di canzoni nel quale convivono, a mio avviso in ottimo equilibrio, tutti i vari territori musicali che abbiamo esplorato nei dischi precedenti.

Il gruppo si è poi fermato per alcuni anni e giusto nel 2011 siamo ritornati a suonare insieme partecipando al festival francese 'Crescendo festival'. Un grande successo e soddisfazione per noi che ci siamo visti tributare grandi ovazioni da parte dei più dei 2000 presenti. A questo punto speriamo di dedicarci presto a un nuovo album.

 

Höstsonaten può essere considerato il tuo lato "ambientale" o almeno contemplativo. Come sei arrivato a fondere tutte le influenze che è possibile sentirvi? Penso soprattutto a dischi come "Mirrorgames" del 1998.

Höstsonaten è stato, un paio d'anni dopo l'uscita del disco d'esordio dei Finisterre, il primo progetto solista al quale mi sono dedicato. Un progetto nel quale io sono un po' il deus ex machina ma che vedeva e vede anche il coinvolgimento di altri musicisti, alcuni provenienti dagli stessi Finisterre, altri da situazioni musicali tra le più disparate. Come dicevo sopra io nei Finisterre ero colui dal quale scaturivano le principali influenze prog che poi venivano mescolate a quelle di Boris e Stefano per creare il nostro sound. In Hostsonaten invece mi sono permesso il lusso di dedicarmi solo al mio amore per il progressive. In realtà poi anche in questo caso le divagazioni sono diventate molteplici; folk bretone, jazz, musica da camera e molto altro. Diciamo però che il tessuto principale è dato dal prog nella sua accezione più sinfonica.

Dopo i primi due album usciti rispettivamente nel 1996 e 1998 (HostsonatenMirrorgames, entrambi Mellow Records) dal 2001 mi sono buttato nella realizzazione di quattro dischi quasi interamente strumentali dedicati alle rispettive stagioni. Dischi che ho fatto uscire separatamente nel 2002 (Springsong), 2008 (Winterthrough), 2009 (Autumnsymphony) e 2011 (Summereve) per Ams Records. Questi lavori uniti formano una gigantesca suite di quasi tre ore, e non ti nascondo che uno dei miei sogni nel cassetto sarebbe quello di registrare il tutto con un'orchestra sinfonica. Vedremo. Perintanto sono in procinto di salpare con un nuovo Hostsonaten-progetto nel quale musicherò il celebre poema inglese The Rime Of The Ancient Mariner di Samuel Taylor Coleridge nella sua interezza. Altro progetto "a puntate" visto che sarà composto da due dischi separati che usciranno uno nei primi mesi del prossimo anno e l'altro nel 2013.

 

Interessante è anche laZona, la cui discografia si limita a un solo disco, "Le Notti Difficili", del 2003. C'è, secondo una tua fugace impressione, qualche corrispondenza tra questa proposta e la "zona" di tarkovskijiana memoria?

Andreij Tarkovskij è in assoluto il mio regista preferito e una della massime influenze artistiche e di vita. Sono svariati gli omaggi a lui dedicati che ho disseminato nei miei vari lavori nel corso degli anni. Mi piacerebbe in futuro concepire un tributo alla sua grande arte componendo diverse musiche ispirate ai suoi films.

Il nome del gruppo laZona è chiaramente preso in prestito dal luogo quasi metafisico presente in Stalker, il suo film del 1979, e si propone di trasporre in musica l'atmosfera sospesa e  un po' inquietante che regnava nel film. Il progetto è nato una sera nella quale io ed alcuni componenti dei Finisterre (il batterista Marco Cavani, il tastierista Agostino Macor e il chitarrista Stefano Marelli) ci siamo chiusi in studio con le uniche direttive di alcuni appunti che avevo preso sulla struttura di quello che dovevamo suonare. Da lì ci siamo lanciati un una lunga improvvisazione che poi, con vari editing e il prezioso contributo del trombettista Michele Nastasi, si è trasformata nel disco. Il lavoro (intitolato "Le Notti Difficili", dalla raccolta di racconti di Dino Buzzati) è stato pubblicato nel 2003 da Mellow Records ed è un album al quale sono profondamente affezionato, forse per la sua natura di "one-shot-project", forse per la sua atmosfera a me cara. Un disco che riascolto sempre con piacere.

 

La Maschera Di Cera, un'altra avventura, stavolta quasi sinfonica, nel cosiddetto neo-prog. E' anche un'occasione per parlare del vostro recente tour.

Con la Maschera Di Cera e i Finisterre le soddisfazioni concertistiche non sono mancate. Abbiamo suonato in tour - oltre che in Italia - in Spagna, Francia, Portogallo, Svizzera, Belgio, Stati Uniti e Messico. In questi luoghi la nostra musica è assai apprezzata, abbiamo da anni un grande pubblico che ci segue e apprezza e sono molti i bellissimi momenti che ho vissuto e che vivo ogni volta che mi reco a suonare all'estero.

La Maschera Di Cera è un gruppo al quale ho dato vita nel 2001 con il contributo del Finisterre Agostino Macor alle tastiere, di Alessandro Corvaglia, eccezionale cantante che avevo già coinvolto nella mia rock-opera Merlin, del flautista bolognese Andrea Monetti (anche lui coinvolto in svariati progetti kraut-psichedelici e ultimante in forza agli storici tedeschi Embryo) e del batterista pescarese (ma trapiantato da qualche anno a Genova) Maurizio Di Tollo.

La mia ambizione con la Mdc era semplice, volevo realizzare un album che, senza leggere la data d'uscita in copertina, si pensasse pubblicato nel 1973. Prog italiano "duro e puro" con i suoni dell'epoca, testi ad hoc, strumentazione vintage. Più che un omaggio un puro atto d'amore per un genere per il quale all'estero siamo riconosciuti come maestri.

Detto fatto abbiamo realizzato il primo album (La Maschera Di Cera; Mellow Records, 2002) che si è rivelato da subito un ottimo successo. Da lì quello che doveva essere un progetto estemporaneo si è trasformato in una vera e propria band. Negli anni sono usciti altri 3 album (Il Grande Labirinto, Mellow Records 2003, Luxade, Immaginifica Records 2006, e Petali Di Fuoco, Aereostella/Edel 2010, quest'ultimo con l'inserimento del chitarrista Matteo Nahum) che hanno fatto si che MDC raggiungesse ottimi traguardi a livello di responsi di critica e pubblico. La nostra musica si è via via un poco allontanata dal prog anni settanta ma abbiamo comunque mantenuto immutate certe caratteristiche che ci piacciono e che ci hanno resi riconoscibili.

 

Dagli anni 2000 in poi emerge perlopiù la tua personalità solistica. Mi ha sempre incuriosito la tua prima e finora unica rock opera cui accennavi poc'anzi, "Merlin". Come è nata? Ti sei, per così dire, inserito anche tu nella rivisitazione in chiave musical-operistica che è stata di molti e molti autori (ma anche gli stessi gruppi prog, come la Pfm)?

Nutro un grande amore per musical come Jesus Christ SuperstarEvitaIl Fantasma Dell'Opera e molti altri. Mi piacciono le melodie forti e intense e quando queste sono espresse in maniera così pura e lirica come Andrew Lloyd Weber sa fare non posso non rimanere toccato e ispirato.

Nel 1998, complice la collaborazione con una compagnia teatrale che si era dimostrata disponibile a rappresentare un mio lavoro inedito, mi sono messo alla prova e ho buttato giù il canovaccio per Merlin. La sceneggiatura e l'ambientazione del tutto era scaturita dalla mente della regista inglese Victoria Heward ed era basata su di un libro dedicato al personaggio Merlino che affrontava le sue vicende in chiave più psicologia e meno legata al discorso fantasy-fate-folletti nel quale siamo soliti collocarlo.

Una volta che Victoria ebbe scritto i testi io vi aggiunsi la musica e in breve tempo riuscimmo a mettere in piedi il tutto, sia a livello musicale che teatrale. Nel ‘99 lo portammo in scena con una serie di rappresentazioni con cantanti, musicisti e un corpo di ballo. Lo replicammo poi nel 2000, anno nel quale registrammo anche il doppio cd (Merlin; Iridea Records, 2000).

Reputo Merlin un buon tentativo ma alle mie orecchie sono fin troppo evidenti le influenze subite soprattutto da "Jesus Christ Superstar". Diciamo che è un buon inizio ma credo di potere fare di meglio in futuro. Da qualche anno sto infatti scrivendo un nuovo lavoro teatral-musicale che ha come soggetto il celebre libro di Emily Bronte "Cime Tempestose". Stavolta però il tutto sarà in italiano, molto meno rock e più improntato su un discorso legato agli interpreti e alle canzoni, con arrangiamenti meno "pesanti".

In questi giorni sto comunque giusto lavorando al remix e remaster di Merlin che sarà pubblicato da Ams Records nel 2012. Ne ho approfittato per ripulire il suono, dargli la giusta dinamica e mettere in luce diverse parti musicali che nel primo mix erano rimaste un po' soffocate.

 

Il progetto più curioso è invece R.u.g.h.e., tutt'altro affare rispetto alla compostezza di "Merlin", com' è nata quest'ibrida creatura sperimentale basata su sculture di suono quasi post-industriale? 

Come avrai capito sono molteplici i generi musicali che mi appassionano e nei confronti dei quali sento un desiderio irrefrenabile di misurami. Non lo faccio per dimostrare nulla a nessuno se non a me stesso. Mi piace un sacco potere capire cosa riesco a dare in diversi generi che non siano a tutti i costi prog e derivati.

R.u.g.h.e. in realtà esiste da molti anni; io, il cantante Carlo Carnevali e Boris Valle eravamo soliti improvvisare ogni tanto tra noi situazioni tra il surreale e il cabarettistico con influssi grotteschi. Ad un certo punto mi è venuto in mente di documentare queste "scenette" rivestendole con una patina nemmeno tanto sottile di rumore creato autonomamente o campionando altri dischi. La mia intenzione era di creare una sorta di suono abissale, quasi una fossa degli inferi dalla quale scaturisce ogni tanto un qualcosa di grottescamente ironico che crea un'atmosfera del tutto straniante.

Il cd (omonimo, R.u.g.h.e.) è stato pubblicato nel 2010 da Niente Records e chiaramente si tratta di un lavoro del tutto avulso da canoni di facile ascolto o commercialità. Ne sono però alquanto fiero perché amo sperimentare sui suoni e creare determinate atmosfere. Molto probabilmente il progetto R.u.g.h.e. avrà un seguito, stiamo infatti lavorando su alcune nuove canzoni (questa volta saranno canzoni in piena regola) che non mancheranno di stupire.

 

Finalmente soli: la tua carriera in proprio. I primi due lavori discografici a tuo nome sono Pioggia e Luce (2007) e Fabio Zuffanti (2009). Due dischi che colpiscono per il meticoloso spostamento dei segni-canzone, per l'atmosfera tanto rarefatta quanto criptica, persino impossibile (acusticamente parlando). Cosa ti ha ispirato in questo processo creativo?

Ho concepito il mio primo album solo (e ancor prima l'Ep) come una sorta di sogno ad occhi aperti. In quel periodo tra il 2007 e il 2009 ero molto preso dalle rarefazioni glitch e post-glitch di diversi compositori come Fennesz, William Basisnki, Bernhard Gunter, David Grubbs e altri. Ho quindi iniziato a pensare a dei lavori solisti che unissero tali influenze ad un certo modo di fare canzone e che fossero quanto più possibile intimi e personali. Dopo anni di progetti più o meno solisti volevo che le cose uscite a mio nome fossero il più possibile "mie", senza intermediazioni di nessun tipo. Infatti fino a "Ghiaccio" compreso i miei dischi da solo sono suonati interamente da me. Volevo veramente essere solo con me stesso in queste creazioni. Aggiungi a questo una forte fascinazione per l'inverno, i suoi paesaggi desolati, la lettura del libro di Tommaso Labranca, "Il Piccolo Isolazionista", che tra le altre cose descrive il vuoto assoluto di certi paesaggi urbani tra archeologia industriale, pioggia, neve e nebbia. Tutto questo mi affascinava e ho deciso di trasporlo in musica inserendovi testi che per la prima volta (al contrario dei progetti prog nei quali le parole sono sempre un pò oscure e metaforiche) facessero uscire fuori me stesso in pieno; raccontando storie che mi riguardavano e descrivendo la mie sensazioni senza schermi o protezioni.

L'Ep (Pioggia e Luce, ndr.) è stato pubblicato nel 2007 dalla piccola ma battagliera etichetta Marsiglia Records di Genova mentre il primo album (Fabio Zuffanti) nel 2009 da Ams. Con questi dischi ho aperto un varco verso un pubblico un po' diversificato rispetto a quello del prog. In questi lavori infatti di prog classico non vi è quasi traccia e le influenza più grandi, a parte quelle sopra citate, sono quelle di Robert Wyatt, del Franco Battiato sperimentale, di certi Radiohead e Sigur Ros e di Brian Eno. Il tutto riletto in un ottica personale che lascia gran spazio all'elettronica, al sampling e a tutto quello che crea atmosfere quanto più possibile nevose e invernali.

 

Ghiaccio e poi il tuo ultimo La Foce del Ladrone sono dischi, per tua stessa ammissione, che riportano alla voglia di melodia. Un bisogno vitale?

Guarda, dopo tutta la musica più o meno sperimentale e "di nicchia" che ho composto in questi anni e dopo due lavori solisti assai introversi ad un certo punto ho sentito veramente un bisogno irrefrenabile di vedere un po' di luce. Ancora Ghiaccio risente delle atmosfere del disco e dell'Ep precedenti ma già lascia intravedere nuove soluzioni e una maggiore apertura. Con La Foce del Ladrone invece il bozzolo si è definitivamente schiuso e sono uscito allo scoperto. Per farlo avevo bisogno però di operare una sorta di ritorno alle mie origini.

 

Cosa ti spinge a ricalcare Franco Battiato (nel titolo, La Voce del Padrone Vs. La Foce del Ladrone, e in un paio di progressioni armoniche)? Senti con lui una qualche sorta di "corrispondenza d'amorosi sensi" anche, magari, in riferimento al percorso che - a partire dalle prime sperimentazioni - porta a una forma di reazione inquadrante?

Adoro Battiato in ogni sua declinazione. Da quello sperimentale a quello pop, a quello operistico e chi più ne ha più ne metta. Il suo La Voce del Padrone è stato il disco che, alla tenera età di 13 anni, ha definitivamente aperto la mia passione per la musica. Grazie a quell'album ho imparato ad amare a fondo le sette note, ho imparato a gustarmi un disco nella su interezza, ho intravisto quello che il futuro avrebbe potuto riservarmi se avessi seguito la strada della musica. Insomma, un disco importante, importantissimo per me, al quale esattamente trent'anni dopo volevo in qualche modo tributare un doveroso omaggio.

Ho pensato quindi di concepire delle canzoni mie che potessero però seguire e ricreare la struttura e l'atmosfera di quelle contenute nel disco di Battiato. Nel mio primo impatto con la musica pop tout-court dovevo necessariamente passare da quelle parti. Ho sempre ascoltato musica pop fatta con garbo e raffinatezza e ho sempre anelato a realizzare anche io un disco di semplici canzoni. Amo sperimentare, amo tutto quello che ho fatto e non rinnego nulla, ma misurami con il pop era per me uno scoglio agognato (e anche temuto). Considero infatti la semplice canzone pop come un qualcosa di assai difficile rispetto a tutti gli altri generi. Concepire una suite prog di venti minuti non dico sia una passeggiata ma sicuramente condensare tutto in tre-quattro minuti e colpire le persone è un qualcosa di assai più complicato. Sarebbe però per me un gran traguardo ed una gran bella soddisfazione che andrebbe ad aggiungersi a tutto quello che ho fatto fin'ora nel mondo della musica.

Così ho concepito questo disco, con assoluta onestà e tanta voglia di imparare; dire la mia ma rendere anche omaggio ad un album per me importantissimo. Mi spiace che alcuni non abbiano colto la grande voglia che avevo di mettermi in gioco, la grande ironia che traspare in ogni nota e la voglia di usare Battiato solo come pretesto per buttarmi in un calderone fin'ora inesplorato. Nonostante ciò il disco mi ha dato grandi soddisfazioni, a parte il discorso artistico per la prima volta ho avuto il piacere di realizzare un piccolo hit-single (Musica Strana) che ha ottenuto un ottimo responso nella programmazione di svariate radio, anche nazionali, e migliaia di condivisioni; le vendite sono andate assai bene, un nuovo pubblico mi ha scoperto e tutto ciò mi ha lanciato definitivamente nel percorso della mia carriera solista (senza però dimenticarmi di tutto il resto).

 

Ambito delle collaborazioni. Tutto comincia, se possibile, con Tommaso Labranca, un progetto di reading poetici da te musicati che ha partorito un paio di dischi (ma anche il tuo progetto Aries sembra più uno sposalizio tra i tuoi tappeti sonori e l'ugola di una cantante quale Simona Angioloni). Con Boris Valle è un affare diverso. E' una musica multiforme e statica allo stesso tempo. La consideri una fusione stilistica?

A testimonianza della collaborazione con Labranca in realtà, anche se abbiamo concepito insieme due reading con suoi testi e mie musiche, non è mai uscito nessun Cd. I lavori che abbiamo realizzato insieme (Appelsina nel 2008 e Una Zampa Più Corta nel 2010) si basavano su musiche estrapolate dai miei due primi album solisti, epurate delle parti vocali e rese funzionali ad un sottofondo per le parole recitate da Tommaso. Entrambi i testi descrivevano suggestioni molto vicine al suo già citato Il Piccolo Isolazionista (Castelvecchi, 2006), libro che consiglio caldamente.

Per quello che riguarda Aries si tratta del progetto - mio ultimo Foce del Ladrone a parte - più vicino a certo mondo pop. Un pop che ha influenze prog, trip-hop e gotiche, in qualche modo vicine ai lavori più accessibili di This Mortal Coil o Cocteau Twins. Aries è fondamentalmente un duo composto da me e dalla cantante Simona Angioloni e abbiamo realizzato due album, Aries (Mellow Records, 2005) e "Double Reign" (AMS Records, 2010), quest'ultimo un concept basato su uno dei miei libri preferiti, Il Doppio Regno di Paola Capriolo. Il progetto insieme al pianista dei Finisterre Boris Valle ha fruttato per ora un solo album (Boris Valle e Fabio Zuffanti) uscito nel 2011 per AMS ma disponibile per il momento solo su iTunes. Si tratta di un lavoro assai vicino alle atmosfere di Eno/Budd o Sakamoto/Noto. Boris ha registrato una lunga traccia di pianoforte ed io sono intervenuto su questa suddividendola in nove parti e trattandola elettronicamente con riverberi, delay e vari altri filtri. Alle tracce di pianoforte abbiamo aggiunto inoltre una suite in quattro parti per strumenti a fiato, chitarra ed elettronica che insieme avevamo realizzato nel 1996 ma che era rimasta nel cassetto per tutti questi anni. L'album si può trovare qui.

Nei tre progetti di cui ho parlato è molto importante la fusione stilistica, come dici tu, tra quello che è il mio mondo e l'apporto di Tommaso, Simona o Boris. In qualche modo io intervengo sui loro universi musicali o poetici e li plasmo per cercare di creare un qualcosa di unico. Il risultato è un tutt'uno che ancora una volta mi da la grande soddisfazione di imparare qualcosa di nuovo e di mettermi in gioco.

 

Recentissimo è un mini-cd di cover. Cosa rappresenta, per te, il reinterpretare brani altrui? Forse uno sguardo retrospettivo?

Il titolo dell'Ep (uscito solo in formato digitale e scaricabile gratuitamente qui) è I Will Never Do Cover Versions, una frase che molti mi hanno sentito spesso pronunciare nel corso degli anni. Di una cosa infatti sono particolarmente fiero, di avere raggiunto un piccolo posto al sole nell'affollato mondo della musica proponendo sempre e solo cose mie e mai scendendo al compromesso della cover. Chiaramente poi dal vivo, in qualche disco-tributo o nell'omaggio alla Voce del Padrone qualcosina qua e la ci è scappata ma diciamo che si tratta di una minima percentuale all'interno del mio lavoro.

Detto ciò, io sono uno a cui piace andare controcorrente e, a volte (un po' incoerentemente), smentirsi da solo. Detto fatto, ho tirato fuori dal cassetto alcuni brani altrui che negli anni avevo realizzato tra le mura del mio studio, o per diletto o perché appartenenti a vecchie compilation-tributo, e le ho raggruppate nel'Ep citato che ho deciso di regalare alle persone che con tanto affetto mi hanno seguito in questi anni. Gli artisti che ho deciso di tributare sono Robert Wyatt, Alan Sorrenti (quello eccezionale di "Aria"), il solito Battiato e i Pink Floyd, qui presenti con ben tre canzoni. Null'altro che un gioco che però ha stupito in molti, abituati alla mia frase di cui sopra.

 

Quali le tue prossime mosse per ciascuno di questi progetti?

Per Finisterre, Hostsonaten e R.u.g.h.e. penso di averti già risposto nelle domande più sopra. Maschera Di Cera è al lavoro su nuovo materiale per un progetto che penso delizierà moltissimi fan del prog, ma di cui per adesso è prematuro parlare. A livello solista penso che aspetterò qualche tempo prima di buttarmi in un nuovo lavoro. Quando lo farò vorrei realizzare qualcosa che abbia la stessa "leggerezza" de "La Foce del Ladrone" e allo stesso tempo atmosfere particolari come quelle dei miei due primi album, vedremo.

Cose musicali a parte sto per debuttare nel mondo della scrittura. Alcuni mesi fa infatti inviai un lettera intitolata La Casta Musicale a diversi quotidiani e blog. Lettera che è diventata nel tempo molto famosa e che è stata condivisa da un enorme numero di persone in rete (la si può trovare qui).
Un mio lungo approfondimento di tale scritto dovrebbe essere pubblicato nel 2012 da Vololibero Edizioni. A una prima parte con le mie riflessioni seguirà una seconda contenente interviste a dj, produttori, giornalisti, musicisti e addetti ai lavori.

 

Grazie per la tua attenzione Fabio, e scusaci per tutte le cose, i progetti e le tue idee compiute (e non) da noi tralasciate! Non è facile raccontare e racchiudere un talento così variegato in una sola intervista!

Non preoccuparti, Michele, direi che abbiamo recuperato alla grande! Ciao e buon tutto a te e a tutta la redazione di OndaRock, continuate così!

Discografia
 FINISTERRE
 
   
 Finisterre (Mellow, 1994)
 
 In Limine (mellow, 1996) 
 Ai Margini della Terra Fertile (live) (Mellow, 1997)
 
 In Ogni Luogo (Iridea, 1999)
 
 Live at Progday 1997 (live) (Proglodite, 2000)
 
 Storybook (live) (Moonjune, 2001)
 
 Meccanica Naturale (Immaginifica, 2004) 
   
 HÖSTSONATEN
 
   
 Höstsonaten (Mellow, 1996)
 
 Mirrorgames (Mellow, 1998)
 
 Springsong (Sublime, 2002)
 
 Springtides (antologia) (Mellow, 2004)
 
 Winterthrough (AMS/VM2000, 2008)
 
 Autumnsymphony (AMS/VM2000, 2009)  
 Summereve (AMS/VM2000, 2011)  
   
 LA MASCHERA DI CERA
 
   
 La Maschera Di Cera (Mellow, 2002)
 
 Il Grande Labirinto (Mellow, 2003)
 
 In Concerto (live) (Mellow, 2004)
 
 Luxade (Immaginifica, 2006)
 
 Petali di Fuoco (Aereeostella/Edel, 2010)
 
 Le Porte del Domani (AMS, 2013)6
   
 LAZONA
 
   
 Le Notti Difficili (Mellow, 2003)
 
   
 FABIO ZUFFANTI & VICTORIA HEWARD
 
   
 Merlin (Iridea, 2000)
 
   
 QUADRAPHONIC
 
   
 Tecnicolor2100 (mini) (Spirals, 1999)
 
 Third Ear Band Demixed (Spirals, 2000)
 
 Sei Paesaggi Nella Pioggia (Spirals, 2000)
 
 Il Giorno Sottile (Mellow, 2002)
 
 Le Fabbriche Felici (Spirals, 2003)
 
 Gennaio Senza Luce (Spirals, 2005)
 
   
 ROHMER
 
   
 Rohmer (AMS/VM2000, 2008)  
   
 R.U.G.H.E.
 
   
 R.u.g.h.e. (Niente, 2009)
 
   
 FABIO ZUFFANTI
 
   
 Pioggia e Luce (mini) (Marsiglia, 2007  
 Fabio Zuffanti (AMS/VM2000, 2009) 
 Ghiaccio (Mellow, 2010)  
 La Foce del Ladrone (Spirals, 2011)  
 I Will Never Do Cover Versions (digital download, 2011)  
 La quarta vittima (Ams, 2014)  
   
 ARIES
 
   
 Aries (Mellow, 2005)
 
 Double Reign (AMS, 2010)
 
   
 TOMMASO LABRANCA & FABIO ZUFFANTI
 
   
 Applesina (2008)
 
 Una Zampa Più Corta (2010)
 
   
 BORIS VALLE & FABIO ZUFFANTI
 
   
 Boris Valle & Fabio Zuffanti (AMS, 2011)
 
pietra miliare di OndaRock
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