Al contrario di chi ultimamente ha avuto modo di trattare i suoi lavori su questi lidi, chi scrive oggi ritiene che il Decennio Dieci abbia rappresentato fino ad oggi una seconda giovinezza artistica per l'ormai sessantaseienne
Brian Eno. Non che la morte creativa, che in parecchi si erano prodigati a diagnosticare a fronte del crescente interesse per il multimediale e il ridursi della sua attenzione alla dimensione strettamente musicale, sia mai stata tale. Ma effettivamente tre album da ricordare in un ventennio (la collaborazione con
John Cale in “Wrong Way Up”, il monolite “Neroli” e l'elegante
songbook “
Another Day On Earth”, questi ultimi peraltro distanziati di ben dodici primavere) potevano dirsi indubbiamente bottino piuttosto esiguo. Poi sono arrivati tutti in fila la produzione del
più bel disco dei “secondi
Coldplay”, il contratto con Warp, lo splendido dialogo con gli allievi
Hopkins e Abrahams di “
Small Craft On A Milk Sea” e “
Lux”, lezione imprescindibile di ambient music trentacinque anni dopo “
Music For Airports”.
Scusate se è poco, insomma, e se oggettivamente un tale
exploit, superato ormai da tempo il limite dell'“età adulta”, per chiunque altro sarebbe stato impensabile (tranne rarissime eccezioni, vedi
John Foxx o ancor di più l'ultraottantenne e irrefrenabile
Hans-Joachim Roedelius). Tanto quanto invitiamo ad alzare la mano chiunque avrebbe previsto che il capitolo successivo di questo nuovo percorso avrebbe segnato un mezzo ritorno a quel famoso quadrilatero di indimenticati capolavori che aveva preceduto la dedizione ambientale. Il tutto al fianco di un partner d'eccezione come la mente degli
Underworld Karl Hyde, fresco di debutto solista con produzione firmata (guarda caso) Leo Abrahams. O meglio, chiariamo: “Someday World” non è né cerca di essere il
sequel di “
Before And After Science” né di porsi in continuità a quel percorso, ma di sicuro ne recupera parecchi tratti somatici aggiornandone suoni, idee, spunti ed estetica ai tempi che corrono (il fatto che poi i suoni di allora restino ad oggi attualissimi è decisamente un altro paio di maniche, altrettanto vero).
A cominciare dal cameo di ospiti chiamati a dare il loro contributo, caratteristica questa condivisa proprio con i primi lavori di Eno: Will Champion, Andy Mackay, Don-E e John Reynolds solo per citare i più noti. Per proseguire poi con una serie di rimandi nemmeno troppo velati: si prenda lo splendido tripudio
post-funky di “Daddy's Car” come esempio primo e più eloquente, seguito a ruota dalla variegata “Man Wakes Up” e, in dose minore, dal tribale di “When I Built This World”. Idee coinvolgenti e interessanti che riescono a tradursi in buone canzoni, il cui vero punto di forza sono quegli arrangiamenti squisitamente
arty che Eno continua a saper cavare dal cappello come nessun altro. Proprio questi ultimi riescono nell'intento di risollevare anche i pezzi sulla carta più deboli, come il
climax di “Witness” - fra i pochi rimandi al
background di Hyde e a cui presta la voce anche la figlia Darla – la ballata di “Mother Of A Dog”, insipida fino al delicatissimo tappeto finale sull'
asse con Hopkins, e la troppo sdolcinata chiusura di “To Us All”.
I colpi da maestro non mancano di riaffermare quella brillantezza che nella
seconda collaborazione con
David Byrne, volutamente non citata, pareva essersi inaridita e spenta: il delizioso carillon dalle parti di
Peter Gabriel di “Strip It Down”, la gemma-omaggio al Foxx romantico di “Who Rings The Bell” e la fantasiosa ed elegante nostalgia
nineties di “The Satellites” che apre nella migliore delle maniere le danze. Il fatto che Hyde si limiti a mettere la voce in quasi tutti i brani lasciando campo libero alle architetture di Eno sorprende ben poco, al pari dell'inaridimento dell'ugola di quest'ultimo (che, cosciente, ne dosa col contagocce le comparse). Non c'è da gridare al miracolo stavolta, ma da elogiare un'operazione che riesce nell'intento di guardare al passato tenendosi ben distante dalla mera imitazione e sfoggiando una carica di classe, eleganza e sobrietà, caratteristiche che Eno ha sempre messo in primo piano e che (troppo) spesso mancano al giorno d'oggi.