Diciamocelo chiaro e tondo: talvolta può capitare che una
rock band sappia far muovere anche e cervello più rapidamente del più smaliziato dei dj, risvegliando connessioni remote tra muscoli e sinapsi. È questo il caso dei Breton. Ma sarà poi ancora rock quello proposto dai Breton? Qualche dubbio, alla fine di un lavoro ricco e vario come "Other People's Problem", rimane.
Il collettivo londinese arriva peraltro al battesimo discografico sulla lunga distanza dopo la pubblicazione di ben tre Ep, accompagnati da una ramificata attività nelle vesti soprattutto di brillanti
remixer e
videomaker.
La band si dispone programmaticamente lungo l'avventurosa frontiera dell'art-rock più ricercatamente intellettuale e colto della nuova Albione. Nei Breton troviamo infatti una nuova espressione di quel composito universo che abbiamo già imparato a conoscere attraverso le fervide imprese dei
Wu Lyf (ma tenete d'occhio anche Famy o Blaenavon): una galassia movimentata di nuovi indiani metropolitani senza volto (in principio fu
Burial), piacevolmente complottardi e spesso riuniti in pose anarco-dadaiste o consorzi creativi equipaggiati con argomentazioni musicali per lo più ibride e moderniste.
Al ritmo cadenzato di slogan
occupy your mind, questi giovani gruppi inglesi nascono e si impongono dopo il crollo dell'industria discografica, alimentando forme nuove di antagonismo controculturale, operando
detournement situazionisti alla Banksy (ma anche un po' Chomsky), perfetti per la sfida dei tempi che andiamo vivendo.
L'album è stato registrato in Islanda nei Sundlaugin Studios dei
Sigur Ròs e frulla al proprio interno una ginepraio di tendenze e ispirazioni, dal
dubstep (sentite "The Commision" o "Oxiden") al
trip-hop bristoliano ("Ghost-note"), passando per l'hip hop futurista targato Anticon ("Electrician"), certo
nu-rave meno patinato (il singolo "Interference", "Governing Correctly" o "Jostle", tra i momenti più compiuti) e la
witch-house (nell'iniziale "Pacemaker").
Degni eredi del
Pop Group, i Breton sciorinano un enciclopedismo famelico che mescola
club culture e ansie post-storiche in plumbei mantra da marciapiede. La band cavalca infatti la liquida immaterialità delle informazioni che ogni giorno ci travolgono dai nostri schermi, restituendole in forma di struggenti gospel senza speranza ("Edward The Confessor", che farebbe invidia ai migliori
Tv On The Radio).
La migliore definizione della musica di questo nuovo fiammeggiante astro del firmamento albionico ce la fornisce allora non già Andrè Breton, quanto piuttosto il suo dichiarato maestro Isidore Ducasse, conte di Lautréamont: "Bello come l'incontro casuale di una macchina da cucire e di un ombrello su un tavolo operatorio".
Sottilissimo piacere.