Una vecchia borsa di pelle. Una borsa consumata dal tempo, una borsa dalle cuciture sfilacciate. Hank Williams la portava sempre con sé, per custodire i quaderni di appunti su cui annotava i versi delle sue canzoni. Poi, quando aveva riempito un taccuino fino all'ultima pagina, lo riponeva in una scatola di cartone, insieme a tutti i fogli fitti della sua calligrafia ordinata e minuta.
Quando, nella notte di Capodanno del 1953, il suo corpo senza vita è stato ritrovato sul sedile posteriore di una Cadillac, quella scatola è rimasta la sua eredità più preziosa. Decine di canzoni che il padre del country americano non aveva avuto il tempo di registrare, strappato alla sua sofferta esistenza ancor prima di arrivare alla soglia dei trent'anni.
"The Lost Notebooks Of Hank Williams" è la storia delle parole contenute in quella scatola. E di come, a più di cinquant'anni di distanza, abbiano saputo trovare la via per riprendere voce.
Merito anzitutto di Lillian Stone, la madre di Hank Williams, che ha subito consegnato i quaderni del figlio alla casa editrice Acuff-Rose. Nel corso degli anni, quei quaderni sono stati conservati gelosamente negli archivi. Poi, nel 2001, la discografica Mary Martin ha visto un'immagine dei vecchi appunti di Hank Williams in un libro di memorabilia realizzato da Colin Escott e Kira Florita, "Snapshots From The Lost Highway". "Ho cominciato a pensare che avremmo dovuto fare qualcosa di quelle canzoni", racconta. Del resto, l'album tributo "Timeless", dedicato proprio alle canzoni di Hank Williams, aveva da poco vinto un Grammy come "Best Country Album".
"Le emozioni che Hank Williams ha lasciato in quei quaderni di appunti avevano bisogno di esperti di scavi per togliere loro la polvere ed estrarre la loro forza", osserva Michael McCall della Country Music Hall Of Fame nelle liner notes di "The Lost Notebooks Of Hank Williams". Ed è così che Mary Martin ha deciso di contattare l'archeologo della musica americana per antonomasia: Bob Dylan.
Dylan non ha mai fatto mistero della sua venerazione per Hank Williams. Nel primo volume della sua autobiografia, "Chronicles", ha rievocato proprio il primo momento in cui l'ha sentito cantare al "Grand Ole Opry", il leggendario show radiofonico di Nashville: "Il suono della sua voce mi trapassò come una verga carica di elettricità. Era come se avesse trovato il modo di sconfiggere la forza di gravità". Nelle canzoni di Hank Williams, Dylan ha sempre trovato qualcosa capace di sopravvivere al tempo: "Sapevo che la sua voce non sarebbe mai scomparsa all'orizzonte, né sarebbe mai tramontata. Una voce bella come le sirene delle navi".
Quella di mettere in musica i versi perduti dell'"Hillbilly Shakespeare" è insomma una sfida che Dylan non ha esitato un istante ad accettare. Intorno a lui si è lentamente raccolto un gruppo di una dozzina di artisti pronti ad affiancarlo nell'operazione, a partire da due delle protagoniste del tributo del 2001, Lucinda Williams e Sheryl Crow.
Il parallelo, di fronte all'idea di "The Lost Notebooks Of Hank Williams", è inevitabilmente quello con il lavoro fatto da Billy Bragg e dagli Wilco sui testi di Woody Guthrie nei due volumi di "Mermaid Avenue". Le differenze tra i due progetti, però, si mostrano chiaramente sin dalle prime note: dove in "Mermaid Avenue" dominava il coraggio della riappropriazione, in "The Lost Notebooks Of Hank Williams" tutto appare più statico e tradizionalista. Un omaggio fedele al canone di Hank Williams, più che una sua nuova declinazione.
Non a caso, sembra essere proprio questa la filosofia che ha guidato nella scelta di artisti di estrazione strettamente country come Alan Jackson, Patty Loveless o la bionda nipote di Hank Williams, Holly. A latitare, però, è la personalità delle interpretazioni. Dylan, alle prese con "The Love That Faded", sfoggia un valzer ricamato dalla steel guitar e dal violino di Donnie Herron, nello spirito dei momenti più classicisti delle sue ultime prove. Il recitativo polveroso di Vince Gill e Rodney Crowell dà un sapore western a "I Hope You Shed a Million Tears", mentre la voce vellutata di Norah Jones conferma in "How Many Times Have You Broken My Heart?" l'amore per Hank Williams già messo in mostra ai tempi del suo fortunato esordio "Come Away With Me" (che conteneva una cover di "Cold, Cold Heart").
Per cercare qualche apertura in più, occorre rivolgersi al twang di Jack White in "You Know That I Know" o al bozzetto acustico per voce e chitarra di Jakob Dylan in "Oh, Mama, Come Home". Ma la statura mitica di Hank Williams sembra ispirare a tutti uno sguardo riverente, e forse non avrebbe potuto essere altrimenti.
L'ultima parola spetta al timbro profondo di uno dei mostri sacri del country, Merle Haggard. Con la solidità di un vecchio profeta, è la sua voce a dare corpo alle pagine bibliche di "The Sermon On The Mount" e alla loro promessa di eternità. Una promessa che, dai fogli ingialliti del quaderno di Hank, si fa strada intatta fino al nostro cuore.
01/11/2011
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