Sheryl Crow -

Sheryl Crow - Rock’n’roll al gusto seventies

Anima "tradizionalista" della scena femminile dei 90, Sheryl Crow ha spopolato grazie al suo album d'esordio e al singolo "Run Baby Run". Musica non originale, ma vibrante e immediata, con un tipico gusto "Seventies". Poi, sono arrivati i duetti con Dylan, ma anche diversi passaggi a vuoto

di Francesco Serini

Una vita normale, lontana anni luce dalle stravaganze delle rockstar: la scalata al successo di Sheryl Crow è quanto di più classico e tradizionale si possa pensare. E questo “tradizionalismo” si riscontra anche nel suo rock tutto energia e sudore, grazie al quale è stata considerata agli albori come la versione al femminile di Bruce Springsteen.

Nata nel 1962 a Kennett, nell’angolo sud-orientale del Missouri, Sheryl Suzanne Crow ha respirato musica fin dall’infanzia. La madre Bernice era un’insegnante di pianoforte e cantava nella big band cittadina, il padre Wendell Wyatt invece era un avvocato e trombettista jazz. Le due sorelle Kathy e Karen erano entrambe cantanti, una country e l’altra jazz, e crescendo in un simile ambiente era ovvio che anche la piccola Sheryl, promessa mancata dell’atletica leggera, in futuro si sarebbe dedicata a sua volta alla musica. Ma non quella che la famiglia le faceva ascoltare: lei si appassionò al rock classico, tra i suoi artisti preferiti c’erano i Led Zeppelin, i Rolling Stones e Bob Dylan. Ogni giorno ascoltava “la musica ribelle”, e ben presto anche lei cominciò ad avvertire segni di insofferenza e inadeguatezza per “quel piccolo posto dimenticato da Dio”, come più volte lo ha definito. E così, dopo essersi laureata all’Università del Missouri in scienze dell’educazione musicale, nel 1984, a 22 anni scappò di casa, destinazione St. Louis. Cantando nei piccoli club mette da parte 10 mila dollari, e nel 1986, con questa cifra e tanti sogni in valigia, si sposta a Los Angeles.

Due anni di fame e poi quello che nel bene e nel male le cambierà la vita: un provino passato a pieni voti come corista nel “Bad Tour” di Michael Jackson, grazie al quale scoprì il mondo discografico. Cominciò così un lungo periodo di gavetta frustrante, fatta di tanti sacrifici che forse l’avrebbero lasciata dov’era, anonima e poco soddisfatta. Ma accanto a Mr. Jackson la Crow conobbe anche tanti illustri artisti: Don Henley degli Eagles, Joe Cocker, Rod Stewart e il suo mito Bob Dylan. Andò avanti e tenne duro, addirittura Dylan la invitò al concerto-festa per celebrare il suo compleanno nel 1993, al Madison Square Garden, ancora prima che uscisse il suo album di debutto. E quando poi questo uscì, chiese a Sheryl di fargli da spalla nei concerti del tour del 1994. Dylan le disse: “Sono trenta anni che canto in giro, abbastanza da potermi rendere conto del talento altrui. Tu possiedi veramente qualcosa”. E aveva ragione.

L’ album di debutto, uscito nel Novembre del 1993, si chiama Tuesday Night Music Club: la signora Crow canta semplicemente il rock, e lo canta col cuore, dimostrando di essere la perfetta incarnazione di un modo di fare musica che sfugge alle vecchie regole classiste, spaziando dal rock classico al pop, dal soul alla scuola cantautorale. Un lavoro privo di originalità ma ricco di un’umana varietà di emozioni, ricordi, sentimenti, atmosfere, vibrazioni. Un rock vecchio stampo destinato ad essere consumato non in breve tempo. E infatti inizialmente il successo fu minimo.

Solo a metà del 1994 grazie alla struggente ballata autobiografica “Run Baby Run” e al delizioso country-pop di “All I Wanna Do” le vendite s’impennano arrivando complessivamente nel 1995 a quasi 10 milioni. E sempre quell’anno l’album vinse tre Grammies, tra cui il più importante come miglior album dell’anno. Un rock vecchio stampo di cui Sheryl incarna ancora oggi pregi e difetti. Se il debutto, con i suoi toccanti riferimenti a Beatles, Stones, Janis Joplin, Dylan, Carole King, Joni Mitchell e Patti Smith, segna un “classico” nella scena delle cantautrici anni Novanta, con i successivi questa essenzialità senza fronzoli, cantabile, diretta e immediata non sempre è stata raggiunta pienamente.

Per il secondo lavoro omonimo, la Crow si ispirò a un artista country anni Sessanta, Bobbie Gentry, famoso per un unico successo “Ode A Billy Joe”. La Sheryl Crow del 1996 rappresentò un ponte di suoni con il country anni Sessanta e quindi più generalmente con un rock tutto acustico, ma anche la conseguenza di un’ansia compositiva sopraggiunta dopo il successo planetario del debutto. Più o meno quello che è capitato più recentemente a Lauryn Hill. Insomma, la necessità di scrivere altri pezzi mega-hit condizionò in qualche modo il prosieguo della sua carriera. Con “Love Is A Good Thing”, tuttavia, Crow affrontava anche aspetti sociali come il tema dei baby-killer (per questo brano all’epoca molti negozi di dischi americani si rifiutarono di mettere in vetrina l’intero album). L’album – sostanzialmente lineare ma privo di grandi spinte creative – vendette comunque molto bene e il primo singolo “If It Makes You Happy” fu un mega-hit in quell’anno.

Assurta in poco tempo al ruolo di nuova star del rock, anche per la sua solare e incantevole bellezza (a cui non rimase insensibile Eric Clapton del quale Sheryl fu per un periodo compagna), insieme ad Alanis Morissette divenne portabandiera del rock femminile durante i Novanta.

Nel 1997 realizzò “Tomorrow Never Dies”, un brano per la colonna sonora dell’ennesimo omonimo capitolo di 007, e nel 1998 pubblicò il suo terzo album The Globe Session nel quale fece tesoro di tutte le sue esperienze precedenti arricchendo le tessiture delle canzoni di nuovi elementi e senza mai lasciarsi sfuggire il senso della melodia e il gusto del racconto. Insieme al debutto, è l’opera meglio riuscita della Crow. Il disco rivela influenze disparate, che vanno dagli Stones a Lynyrd Skynyrd, da Morricone ai Black Crowes fino addirittura ai Guns’n’Roses (con la cover di “Sweet Child Of Mine”). Tutto però è amalgamato in canzoni sorrette da una costruzione “sentimentale” tipicamente femminile, così come le storie, raccontate con un linguaggio semplice ma ricco. Il suo pigmalione Dylan dà il suo contributo per il classico blues di “Mississippi”, scritto scrisse appositamente per lei. E Crow evidentemente lo ringrazierà ricantando dal vivo “Tombstone Blues” inserita poi nel Live From Central Park del 1999.

Nel 2002 la cantautrice del Missouri è tornata con un nuovo lavoro dal titolo esortativo C’mon C’mon, che nonostante l’equivoco del primo singolo “Suck Up The Sun”, delizioso ma troppo leggero, nasconde momenti molto più interessanti. Il lavoro è impreziosito dalla ballata acustica di “Weather Channel”, con il non accreditato intervento di Emmylou Harris, e dall’altro duetto con Henley per “It’s So Easy”. Ancora una volta, niente di nuovo e originale. Solo puro, energico e sano rock.

Tre anni dopo, in piena love-story con il ciclista Lance Armstrong, Sheryl Crow pubblica l’evanescente Wildflower. Se l’iniziale country-rock di “I Know Why” poteva infatti regalare qualche speranza, il susseguirsi delle altre tracce è una doccia fredda, da “Perfect Lie”, affogata negli archi più stucchevoli, al pop-folk scipito di “Good Is Good”, passando per la ballata intimista di “Chances Are”, guastata dall’intrusione di sonorità latineggianti, e per la patinatissima “I Don’t Wanna Know”. Si tiene a galla, forse, solo la title track, forte di un bell’arrangiamento acustico e di una ficcante interpretazione della Crow.

Nonostante i 9 Grammy Award incamerati, la carriera di Sheryl Crow sembra ormai destinata a un rapido e precoce declino, quando “Always On Your Side” viene rielaborato in una nuova emozionante versione in compagnia di Sting. Pubblicato nel 2006 come singolo, il brano contribuisce a risollevare le sorti di Wildflower spingendolo verso l’alto in classifica: le vendite sfiorano il milione di copie e il duetto diviene presto un tormentone in radio, procurandosi una nomination alla quarantanovesima edizione dei Grammy Awards come Best Collaboration With Vocals. Inoltre la canzone “Real Gone”, dello stesso periodo, viene inserita nella colonna sonora del film d’animazione “Cars (Motori Ruggenti)”, co-prodotto da Pixar e Walt Disney Pictures, e del tam-tam ne beneficia inevitabilmente anche l’appeal della cantante, in forte risalita.

Appena tornata in sella, però, a febbraio del 2006 Sheryl Crow si trova ad affrontare un momento estremamente delicato: dapprima lei e Lance Armstrong, da qualche tempo in crisi, annunciano congiuntamente alla stampa la fine della loro relazione, poi le viene diagnosticato un cancro al seno, fortunatamente ancora allo stadio iniziale. I medici dichiarano che “la prognosi per una completa guarigione è eccellente”, e la situazione si risolve per il meglio tramite un’operazione chirurgica e una terapia a base di radiazioni durata circa tre mesi, al termine dei quali torna immediatamente sul palco esibendosi a Orlando e al Murat Theatre di Indianapolis.

Intanto “Try Not To Remember” viene candidata al Golden Globe come miglior canzone originale per il film drammatico “Home Of The Brave”, diretto da Irwin Winkler (è la storia di quattro soldati dell’esercito partiti per l’Iraq), e nel 2007 una sua cover di “Here Comes The Sun” dei Beatles contribuisce alla soundtrack di un altro film d’animazione, “Bee Movie” della DreamWorks.

Dopo essersi prestata ai cori nel brano “Two” di Ryan Adams, che si può ascoltare sull’album “Easy Tiger” del collega di Jacksonville, nel 2008 pubblica Detours, registrato all’interno della propria fattoria, nei pressi di Nashville, con l’aiuto del produttore Bill Bottrell e del batterista Brian McLeod, con i quali aveva già lavorato in Tuesday Night Music Club e nel successivo eponimo Sheryl Crow. Il sound si riaggancia così al roots rock degli esordi, mentre i testi si addentrano nelle vicende personali che di recente avevano scosso la sua vita privata, come la battaglia contro il cancro al seno (la preghiera “Make It Go Away/Radiation Song”), il matrimonio saltato (la title track “Detours” e “Diamond Ring”, che lanciano delle frecciatine all’indirizzo dell’ex-fidanzato Armstrong), la maternità vissuta da single e l’adozione (la ninna nanna acustica “Lullaby For Wyatt”, dedicata al figlio). Non mancano, tuttavia, sortite nell’attualità politica e più in generale nel mondo esterno: la traccia d’apertura “God Bless This Mess” è una critica in lo-fi al modo in cui l’amministrazione Bush ha gestito le conseguenze dell’11 settembre, “Gasoline” (featuring Ben Harper) e il singolo promozionale “Shine Over Babylon” deplorano la rischiosa situazione ambientale in cui si sta pericolosamente cacciando il pianeta, mentre “Love Is Free” (spensierata in apparenza, ma il retrogusto è fortemente amaro) si sofferma sui disastri causati a New Orleans dall’ uragano Katrina. La party song “Out Of Our Heads” (ai cori figura anche l’amica e attrice Rosanna Arquette) è in realtà una canzone di protesta contro la guerra in Iraq, che “Peace Above Us” (in collaborazione con Mike Elizondo e il musicista del Bahrein Ahmed Al Hirmi) prova a esorcizzare con versetti in lingua islamica e atmosfere mediorientaleggianti, senza fare troppi moralismi ma con l’unico intento di stabilire una connessione con popoli più vicini a noi di quanto non sembrino. Infine ci sono tre pezzi leggeri, “Motivation” e le sentimentali “Love Is All There Is” e “Now That You’re Gone”, a chiudere un album che nel complesso si può definire “misurato”, e che invece di sprofondare in un possibile crollo emotivo dell’artista riparte con intelligenza da speranzosi segnali di rinascita.

Nel 2008 incide “So Glad We Made It” per la compilation “AT&T Team Usa Soundrack”, creata insieme ad altri colleghi statunitensi in vista delle Olimpiadi estive di Pechino (sono presenti, tra gli altri, Taylor Swift, Queen Latifah, Goo Goo Dolls e il rapper Nelly), poi a novembre dello stesso anno arriva sugli scaffali dei negozi Home for Christmas, innocuo divertissement natalizio dalle tonalità vintage, da impacchettare e mettere sotto l’albero. Tra contrabbassi, fiati e orchestrazioni swing, la cantante si lascia andare a gradevoli riletture di classici della tradizione (come il folk gallese “All Through The Night”, “O Holy Night” e il gospel “Go Tell It To The Mountain”) e degli anni Quaranta (le immortali “White Christmas”, di Irving Berlin, e “I’ll Be Home For Christmas”), ma c’è spazio anche per il valzer “The Bells Of St. Mary”, del duo Emmett Adams/Douglas Furber, e per un suggestivo inedito al pianoforte da lei interamente composto, “There Is A Star That Shines Tonight”. Nel novembre 2009 viene invece ripubblicato, in versione deluxe, l’album d’esordio Tuesday Night Music Club, che rispetto all’edizione standard aggiunge alcune rarità e B-Side (viene ricavato anche un singolo dalla bozza di “Killer Life”, che era stata composta nel 1994 ma era rimasta nel cassetto irrealizzata).

Nel 2010 dona lo spoken word “My Name Is Mwamaroyi” al progetto Raise Hope For Congo, i cui proventi vengono devoluti per la protezione e l’emancipazione della donna nel paese centro-africano, anch’esso dilaniato in quei giorni dalla guerra, poi nel luglio dello stesso anno esce 100 Miles Away From Memphis, che accantona lo stile country-pop abituale per abbracciare sonorità ispirate al rhythm n’ blues e al soul di Memphis, sue autentiche passioni. Prodotto da Doyle Brahmall II e Justin Stanley, noti rispettivamente per i lavori con Eric Clapton e Amy Winehouse, l’album contiene undici brani che puntano sul groove e mirano a evidenziare la versatilità vocale, ma i risultati non sono eccelsi: se si escludono dal conteggio la raccolta di canti natalizi e i greatest hits, sarà il suo primo Lp a non ricevere alcuna nomination ai Grammy. Malgrado ciò si distinguono comunque il grintoso rock d’apertura “Our Love Is Fading”, l’allegro singolo “Summer Day”, impreziosito dagli archi di Suzie Katayama, “Long Road Home”, dalle gradevoli inflessioni gospel, e “Eye To Eye”, che gioca su cadenze reggae (alla chitarra spicca Keith Richards dei Rolling Stones). Si salvano pure la jazzata “Roses And Moonlight”, calda e seducente, e le ballate malinconiche “Stop” e “Sideways”, quest’ultima in duetto con Citizen Cope. Convincono meno, invece, la cover di “Sign Your Name” di Terence Trent d’Arby, francamente trascurabile nonostante la special guest di grido Justin Timberlake, e quella di “I Want You Back” (con Gary Clark Jr.) in tributo all’amico scomparso Michael Jackson, che tanto l’aveva sostenuta agli albori della carriera (è talmente identica all’originale dei Jackson Five da fare impressione per l’imitazione vocale che ne viene fuori). Da citare, infine, “Say What You What”, che torna su questioni politiche, “Peaceful Feeling” e la title track autobiografica dal ritmo incalzante “100 Miles From Memphis”, che ripercorre con nostalgia la giovinezza della cantante e la sua decisione di lasciare la piccola cittadina del Missouri per inseguire i propri sogni. Nelle classifiche europee 100 Miles Away From Memphis è però un mezzo flop, così la sua storica casa discografica A&R Records le dà il benservito.

Rimasta momentaneamente senza contratto, Sheryl Crow alla fine del 2010 si unisce a Loretta Lynn e Miranda Lambert per un restyling a tre di “Coal’s Miner Daughter”, portata al successo negli anni Settanta dalla stessa Loretta Lynn, mentre nel luglio del 2011 si esibisce alla serata d’apertura del “Cheyenne Frontier Days”, uno dei rodeo outdoor più antichi e importanti nel suo genere dove si attira le ire degli animalisti, nonostante abbia poi donato, come promesso alla vigilia, parte del cachet a un’organizzazione per la salvaguardia dei cavalli selvaggi. Tra le varie altre collaborazioni del periodo vale la pena ricordare “Mrs. Major Tom”, brano del musicista elettronico e visual artist canadese Kia (venne inserita nell’album a tema “Seeking Major Tom” di William Shatner), e la reinterpretazione a cappella di “Beautiful Dreamer” di Stephen Foster (si trova sul doppio Cd di musica Americana “Mark Twain: Words And Music”, che racconta la vita di Mark Twain, scrittore e umorista suo conterraneo del Missouri). Nel 2012 compone “This Day”, sigla del talk show “Katie”, poi rende disponibile in download gratuito “A Woman In The White House”, a sostegno dell’idea di una donna presidente, con ricavato a favore della Croce Rossa Americana e delle vittime dell’uragano Sandy. Nel frattempo firma con l’etichetta Warner Music Nashville, così può rimettersi in moto anche sulla lunga distanza e il 10 settembre 2013 esce finalmente il nuovo full lenghth Feels Like Home, che viene sbandierato ai media come suo primo album country. Nella città del Tennesse, dove si era trasferita nel 2006 da Los Angeles subito dopo la diagnosi di cancro, la cantante aveva stretto proficui rapporti con il produttore Justin Niebank e con un’autorevole cerchia di musicisti del settore, tra cui Luke Laird, Chris Stapleton, Chris DuBois e Brad Paisley, suo vicino di casa: ne risentono le atmosfere dell’ album, piacevoli e comunicative, anche se a ben vedere, eccezion fatta per lo spavaldo inno southern-rock “Shotgun”, “We Oughta Be Drinkin’” e “Nobody’s Business”, il marchio stilistico non si discosta poi molto da quello delle produzioni usuali, dall’impronta pop moderna e radio-friendly, come testimoniano la arzilla “Easy” e “Crazy Ain’t Original”, dai toni solari e ironici. Tra i momenti salienti ci sono la semi-acustica “Stay At Home, Mother” e le ballate di grande pathos “Homecoming Queen” e “Waterproof Mascara” (scritta insieme a Brad Paisley), mentre “Call Me When I’m Lonely” incappa in qualche facile cliché. Da menzionare pure “Homesick” (featuring Zac Brown), il cui incipit fa tornare alla mente “Fast Car” di Tracy Chapman, e le più banali “Best Of Times” e “Give It To Me”, salvate rispettivamente da un efficace assolo di armonica e da un lussuoso tripudio di archi. Nulla di trascendentale, ma è un ritorno comunque gradito che vale un incoraggiante settimo posto nella Billboard 200 degli Stati Uniti.

Nel 2014 Sheryl Crow fa un’apparizione, insieme a Stevie Nicks, Emmylou Harris e Carrie Underwood, alla cerimonia di introduzione nella Rock ‘N Roll Hall Of Fame di Linda Ronstad: qui rende omaggio alla illustre collega di Tucson con “You’re No Good” e “It’s So Easy”, poi assieme alla band emergente Gloriana fa da support act al trio country statunitense Rascal Flatts, in occasione del loro “Rewind Tour” che si svolge nel corso dell’estate. In quello stesso anno presenta, al fianco di Jeff Bridges, un galà di beneficenza per il quarantesimo anniversario dello show televisivo “Austin City Limits” (si esibisce con Gary Clark Jr., Kris Kristofferson e gli Alabama Shakes nel classico di Franck Loesser “Baby, It’s Cold Outside”), quindi nel 2015 si concede a due concerti-tributo, dove esegue una cover di “A Hard Day’s Night” in onore di John Lennon e “Two More Bottles Of Wine” per Emmylou Harriss. Nel 2017 duetta con Rodney Crowell nel brano “I’m Tied To Ya”, e ad aprile pubblica il decimo studio album Be Myself, co-prodotto con Jeff Trott e Tchad Black, con i quali aveva già lavorato nel 1998 in The Globe Sessions. Il rientro in squadra dei due comporta un sound notevolmente più affine a quello tipico degli anni Novanta, come evidente già dal sinuoso country-folk dell’opener “Alone In The Dark”, dalle variazioni funky del singolo di lancio “Halfway There” (ai cori c’è il gruppo gospel McCrary Sisters, alle percussioni Fred Eltringham dei Wallflowers) e dall’alt-rock ruvido di “Long Way Back”, che indovina uno dei suoi ritornelli più emblematici. Non mancano anche testi di un certo impegno: l’inquieto blues elettrico “Heartbeat Away” venne scritto poco prima che Donald Trump divenisse presidente e si basa sulla paura di una guerra nucleare alle porte, la title track “Be Myself” è invece un invito a rimanere se stessi e a mostrarsi per ciò che si è nell’era dei social. “Roller Skate”, dietro la facciata giocosa, parla di come oggi, nella vita, si perdano parecchi momenti importanti a causa del tempo sprecato a stare attaccati ai cellulari, la ballata “Love Will Save The Day” (in assoluto uno dei suoi pezzi più struggenti) venne ispirata dal suicidio di una studentessa quattordicenne che abitava vicino casa di Sheryl, e vuole essere di conforto a chiunque stia attraversando un periodo buio (“in un mondo perfetto/saremmo come un fiume,selvaggio e libero/per sempre aggrappati al nulla/ avendo tutto ciò di cui abbiamo bisogno”). “Strangers Again” è una disillusa presa di coscienza sulla fine di una storia d’amore, mentre “Rest Of Me”, incentrata su una chitarra andante a-là Everly Brothers, è ancora a sfondo sentimentale e parla della difficoltà di intraprendere una nuova relazione dopo le amarezze passate. Meno convincenti “Grow Up” e “Woo Woo”, dal ritornello comunque divertente e sbarazzino, che sono gli ultimi due tasselli di un album che suona spontaneo e non artefatto (l’edizione per il mercato giapponese aggiunge le bonus tracks “Disappearing World” e “The World You Make”, oltre a una acoustic version di “Long Way Back”). Un paio di anni dopo, nell’agosto del 2019, esce il ricco Lp collaborativo Threads: all’epoca del lancio avrebbe dovuto rappresentare, negli intenti di Sheryl Crow, l’ ultimo album prima del ventilato ritiro dalle scene, per questo è impostato come una sorta di passerella d’onore assieme ad altri ventitré artisti scelti tra amici, idoli personali (ad esempio Neil Young in “Cross Creek Road”, Stevie Nicks in “Prove You’re Young” e James Taylor nel bel duetto “Flying Blind”) e giovani in rampa di lancio (come St. Vincent in “Wouldn’t Want To Be Like You” o il rapper Chuck D. e Andra Day in “Story Of Everything”). In totale si tratta di dodici godibili brani inediti, tra i quali spiccano la delicata “Nobody’s Perfect” e le pianistiche “Don’t” (con la band indie-pop Lucius) e “For The Sake Of Love”, confezionata assieme al songwriter di bluegrass dell’Oklahoma Vincent Gill. Inoltre sono presenti in scaletta un rifacimento della sua “Redemption Day” (che era stata inserita già qualche anno addietro nella compilation di artisti vari “Soundtrack To Summer 2019”) e quattro cover di discreto livello: “Everything’s Broken” (featuring Jason Isbell, l’originale è di Bob Dylan), “The Worst” dei Rolling Stones (con Keith Richards), “Beware Of Darkness” di George Harrison (qui proposta assieme a Sting, Eric Clapton e Brandi Carlile) e “Border Lord”, interpretata nel 1972 da Kris Kristofferson che impreziosisce anche questa nuova versione.

A Threads fanno seguito quattro lunghi anni di silenzio, che sembrano confermare il temuto addio, ma nel novembre del 2023, a margine della cerimonia di introduzione di Sheryl Crow nella Rock ‘N Roll Hall Of Fame, arriva a sorpresa l’annuncio del dodicesimo album Evolution, che viene pubblicato pochi mesi dopo, nel marzo del 2024. Prodotto da Mike Elizondo, noto per i lavori al servizio di Dr.Dre, Keith Urban e Gary Clark Jr., il disco si riallaccia ancora al sound accattivante da tuesday night di metà anni Novanta. I risultati, però, sono piuttosto altalenanti: se da un lato, difatti, si fanno apprezzare i brani lenti e cantautorali, come l’angelica “Where?”, addolcita dal violino, e “Don’t Walk Away”, sorretta dal piano, dall’altro peccano di evidenti carenze proprio quei pezzi che erano stati pensati per spadroneggiare in radio, come il primo singolo “Alarm Clock”, che flirta in maniera sguaiata con il pop d’alta classifica, e “You Can’t Change The Wheater”. Vanno meglio il secondo singolo “Do It Again”, che rievoca le tendenze country degli esordi e fa venire in mente vecchi cavalli di battaglia tipo “Soak Up The Sun” e “Everyday Is A Winding Road” (nei versi vengono citati Echart Tolle e Deepak Chopra come guide spirituali), e la title track “Evolution” che, seppur scontata nello svolgimento, viene rinvigorita da un infuocato assolo di chitarra di Tom Morello dei Rage Against The Machine (il testo esplora le ansie legate all’invasione dell’intelligenza artificiale). Il resto della tracklist si accende e spegne a intermittenza, con il midtempo “Waiting In The Wings” e “Broken Record” che non riescono a rinverdire i fasti del passato malgrado alcune buone intuizioni melodiche e lo slang moderno da social network, mentre “Love Life” si perde nel “na na na na” del ritornello ripetuto senza sosta sino allo sfinimento (alcune successive riedizioni dell’album accorpano una cover di “Digging In The Dirt”, in collaborazione con l’autore originale del brano Peter Gabriel).

Sempre nel 2024, Sheryl Crow contribuisce con la chitarra a un remake di “Going Home: Theme Of The Local Hero” di Mark Knopfler, nell’ambito della campagna Teenage Cancer Trust (nel 1983 il brano aveva segnato il debutto da solista del leader dei Dire Straits), poi nell’ottobre dello stesso anno dona alla Croce Rossa Americana i proventi di una nuova canzone, dal titolo “Light A Candle”, scritta a sostegno delle popolazioni colpite in quel periodo da uragani e tempeste tropicali (è una tenera ballata sull’amore duraturo dai sognanti arrangiamenti dream-folk).

Infine, nel maggio 2025, esce per il mese della consapevolezza della salute mentale il brano acustico e delicato “I Know”, mentre a luglio è la volta di “The New Normal”, in cui prende posizione ancora contro gli sviluppi rapidi e imprevedibili dell’intelligenza artificiale con versi che tradiscono grande preoccupazione (in una recente intervista la cantante ha dichiarato “quello che accade intorno a noi è incredibilmente bizzarro, ho paura che dovremo cominciare a considerarlo normale”). “The New Normal”, che a oggi è in assoluto la sua ultima produzione, è stata scritta e registrata insieme ai The Real Lowdown, band che accompagna Sheryl Crow dal vivo in tour ormai da oltre quindici anni, la cui line up è formata da Fred Eltringham alle percussioni, Robert Kearns al basso, Audley Freed e Peter Stroud alle chitarre elettriche e Jen Gunderman alla tastiere.

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Discografia

Tuesday Night Music Club (A&M, 1993)
Sheryl Crow (A&M, 1996)
The Globe Sessions (A&M, 1998)
Live From Central Park (A&M, 1999)
C'mon, C'mon (Interscope, 2002)
Wildflower (A&M, 2005)
Detours (A&M, 2008)
Home For Christmas (A&M, 2008)
100 Miles From Memphis (A&M, 2010)
Feels Like Home (Warner Bros. Nashville, 2013)
Be Myself (Warner Bros. Records, 2017)
Threads (Big Machine Records, 2019)
Evolution (Big Machine Records, 2024)
Pietra miliare
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