I Can nascono nel 1965 dall'incontro tra Holger Czukay, tedesco-polacco di Danzica, e il futuro tastierista Irmin Schmidt, entrambi allievi di Stockhausen. Su iniziativa di quest'ultimo e di David Johnson (futuro flautista) Czukay viene chiamato nel '68 a far nascere il progetto sperimentale poi battezzato "Can". Vi si aggregano il batterista Jaki Liebezeit - dal passato free-jazz - e il giovane chitarrista autodidatta Michael Karoli. Quale cantante viene reclutato l'afroamericano Malcom Mooney. Allestito su impulso di Czukay uno studio in un castello nei pressi di Colonia, l'"Inner Space", la band munita di un "due tracce" comincia a provare. Lontani da un'avanguardia alla Canterbury, i Can si rivelano piuttosto aperti alla psichedelia americana e alla vena cosmico-faustiana germanica, che trova riscontro proprio nella soglia dei due decenni con Amon Duul, Popol Vuh, Ash Ra Tempel, Faust e via dicendo. Quanto rimane di questo periodo ha una duplice direzione. Da una parte un hard rock compresso ma sfrenato, esplicitamente hendrixiano, impreziosito dall'umoralità di Mooney, e che si trova coerentemente in Delay 1968 (uscito nell'81), e invece rotto da stralci, ritmi nudi, pallidi onirismi semiacustici in Unlimited Edition (1973 e 1976), di cui, fra le altre cose, l'ideazione free-form di "Cutaway", la fantasmagoria dello strumentale "Gomorrha", le peculiari "invenzioni etnologiche", ancora bozzetti di esotismo surreale.
L'esordio che scaturisce da questo fremito è una stupefacente "risposta" ai Velvet Underground: Monster Movie (1969), registrato dal vivo in Norvegia, ha inizio nella febbricitante danza distonica di "Fathers Cannot Yell" e si conclude con l'incedere allucinatorio di "Yoo Doo Right", una sorta di via di mezzo fra una "Sister Ray" e una "In A Gadda-Da-Vida", un assemblaggio progressivo e regressivo di sfumature liriche tra un riff e un tema di miracolosa semplicità. Ma l'album sarà ricordato anche per le lunghe e tormentate frasi melodiche di "Mary, Mary, So Contrary", dove la chitarra può - da un orecchio poco avvertito - essere scambiata per un violino.
Nella musica dei Can, tutto deve essere come per definizione casuale, e legarsi all'ubriachezza del momento sonoro passionale. Come asserisce Czukay, "questa musica non ha inizio né termine, è lo sgorgare continuo di un punto verso l'infinito, e un'infinita distorsione del tema in uno spazio a mille dimensioni, ove nascono invenzioni ulteriori e ulteriori strati di riverberi", sicché il suono dei Can sembra superare le barriere del tempo, e la batteria non tiene il tempo, ma determina lo spazio. L'era della voce spezzata di Malcom Mooney, che sarà in seguito ricoverato in un ospedale psichiatrico, ha testamento in Soundtracks (1970), album che archivia la loro carriera di musicisti per film con una serie di pezzi generosi e languidi (ma c'è l'abissale "Mother Sky", a testimoniare la vena schizoide).
In luogo del rantolo di Mooney, ecco arrivare il timbro vagamente androgino del non-cantante giapponese "Damo" Suzuki, trovato per le strade di Colonia, e che finirà male anch'egli, in crisi mistica nei Testimoni di Geova. "Se ne andavano tutti mentre Damo si aggirava sul palco alla stregua di un samurai", ricorda Czukay, che con Suzuki e gli altri allestirà il doppio Tago Mago (1971), in bilico tra sperimentazione, incubo e mantra indiani. Il disco è un incedere a scoppi fra agre intuizioni melodiche intercalate dalle sperimentazioni più isteriche: il delirio elegiaco di "Halleluwah", l'allucinante non-brano "Aumgn". Segue l'album Future Days (1973), che si sviluppa nel crescere e avvilupparsi di brezze e vertigini di temperie, e nella intersezione delle disarmonie più incestuose. Ed è infine una paradossale e irripetibile consacrazione del rock cosmico, su regia di un criminale Liebezeit, batterista dell'improbabile. E nessuno riproporrà mai musica cosmica in maniera così ancestrale e raffinata assieme negli anni Settanta.
Ege Bamyasi (1972), è la prova - più rauca e lineare - che si trova in mezzo a quei due abissi. E' un album diretto da un minimalismo ormai del tutto evoluto: una nuova orgia sonora "Soup", ma anche e soprattutto forme-canzone più classiche, singoli di successo quali "Spoon" (numero uno in Germania), essendo però il cadere sottile e senza fiato della palpitante "One More Night" a rivelare la lucidità più ardua, accogliendo rigorosamente la staffetta percussiva di "Waiting For The Man". Singoli, b-sides, progetti ed esperimenti di questo vorace periodo saranno racchiusi in Radio Waves ('94-'97), ma si reperiranno anche in Peel Sessions ('95), due tracce indispensabili per afferrare il pensiero dei Can, del periodo d'oro e ancora oltre. In entrambe, da segnalare le versioni interminate di "Up to Barkeloo...", urlo butterato e vetta colossale di Suzuki. Egli non sarà più sostituito, canteranno Karoli e tutta la sezione ritmica, e altri si aggiungeranno fra cui l'orrido "rasta" Rosko Gee, che alla fine del '76 (in piena decadenza) sostituirà Czukay al basso, co-dirigendo la virata verso uno psichedelismo esotista da salotto.
Soon Over Babaluma(1974) tende anch'esso verso il minimale, ma in maniera più spaziata e contraddittoria: nel tango gemente di "Come Sta La Luna", come nel fulgore rarefatto di "Chain Reaction/Quantum Phisic" e nell'"in sé perfetto" ritmico-melodico di "Dizzy Dizzy", le due gemme d'annata. Una buona intelligenza antologica, seppure con pezzi necessariamente tagliati, è data fino a questo punto dal doppio Cannibalism (n. 1). E' invece Landed (1975) a chiudere i fasti della band tedesca. Contratti in mano (Emi e Virgin), i Can riescono nello scopo, complice un intensissimo Karoli, di trarre linfa progressiva da fanghiglie parossisiticamente arcaiste, come scuola inglese ispira. Le canzoni sono una mania di balugini che si chiarificano l'una nel marginare dell'altra. E a chiudere Landed, lo stordente misticismo di "Unfinished" (il loro migliore pezzo strumentale) che conclude la stagione felice dei Can.
Del loro periodo successivo - la disgrazia della deriva reggae - restano fiori sparsi qua e là, come il denso collage di Animal Wave, ma saranno perlopiù strumentali. Can o Inner Space (1979), coadiuvato dal già disperso Czukay, riesce a concludere però degnamente l'avventura. Si tratta di un lavoro molto elettronico e ritmato, vagamente somigliante a Landed, con il picco funambolico della cinematografica "Safe" a salutare l'ormai avvizzito "crauto cosmico".
Le carriere soliste, pur pregevoli, non daranno più corpo alla genialità, e tuttavia resta rimarchevole il Movies (1979) di Holger Czukay, che doppia di un decennio la mirabile follia di Canaxis 5. La sporadica reunion dell'89 si rivelerà superflua, ma "Last Night Sleep", consegnata all'alba della nuova decade al Wim Wenders di "Until The End Of The World", ha dato conferma che se trattenuti da un grano di polvere, i Can sanno evitare lo sperimentalismo slabbrato di un progressivo a-sintetico, qual è quello che oggi torna purtroppo in voga. Nel 2001 la storia dei Can è stata segnata da un lutto: la scomparsa del chitarrista, violinista e cantante Michael Karoli. Nel frattempo, la loro eredità musicale è stata raccolta da una moltitudine di artisti, tra i quali Brian Eno, Tortoise, Stereolab, Talking Heads e Sonic Youth.

