Per “Editions Mego”, Klara Lewis centra l’album della maturità.
L’ascolto si fa esperienza fisica, si partecipa alla fatica là dove nello spazio il suono si dilata e si contrare come lottando contro una resistenza. Il massiccio utilizzo dei reverse, dei backmasking e dei glitch amplifica una drammaticità che ha il suo apice in brani come “Ta Min Hand”, “Bud”, o “Vaknar” (l’episodio migliore dell’intero disco). Nel riavvolgimento supersonico di un nastro, gli archi in crescendo disperatamente spingono a emersione una melodia. Si ha l’impressione di un disastro della memoria, una cancellazione al centro della quale, stoicamente, qualcosa vuole rimanere vivo, ricordo o miraggio di sé.
In altri episodi, il cadere liquido del pianoforte innesca cerchi che anziché irradiare si contraggono sul colpo (“Hardcore”). Eco e delay smorzano i violenti crolli dei synth (“Feel”, “Small Harp”) e scavano infinite profondità entro le quali far correre il suono.
I brani più spiccatamente ambient sono invece cromate micro-accelerazioni elettroniche e loop materici che si inseguono in una scintillante, lenta alluvione (la bellissima “Tide”) o che da cupe regioni d’incertezza (“Openings”, “Small Harp”) esplodono con violenza incendiaria in cruente distorsioni (“City”). Come se le tinte aurorali di Harold Budd all’estuario trovassero mare nei frastagliati feedback di Fennesz.
Klara Lewis fa delle sue fragili melodie una fantasmagorìa di lanterne elettriche e ci consegna un’opera viva, teatralizzante, capace di incantare e commuovere. La rappresentazione plastica di un corpo in lotta con forze maestose, in grado, con leggerezza, di danzare fra le ambiguità del tempo e dello spazio.
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08/10/2026