Juke-Box

Leonard Cohen

Sisters Of Mercy


di Michele Saran

"Juke-Box" è un passo indietro dal formato-album, un ritorno ai mattoni del pop: le canzoni. Riff, ritornelli, parole e immagini: quelle dei videoclip, o quelle che la musica evoca e utilizza per sedurre l'ascoltatore.
Lo scopo di questa rubrica è proprio entrare in questo gioco di seduzione, da sempre cruciale e da sempre dato per scontato. Scoprirne storie e protagonisti, ma anche meccanismi, regole ed eccezioni.


Leonard Cohen - Sisters Of Mercy
(Columbia, 1967)

Un alberghetto, un cottage, una camera sperduta un po’ fuori Edmonton, Alberta. Notte, inverno canadese, la luna si riflette sulla superficie ghiacciata del North Saskatchewan River, e i suoi raggi ne riverberano il bagliore attraverso i vetri, si spandono tra le pieghe delle lenzuola, sulla pelle, i vestiti alla rinfusa, negli occhi. L’artista, il poeta, ma prima di tutto l’uomo, si è sentito purificato; un senso di densa gratitudine, di misticismo immanente, l’ha pervaso, scosso, e poi riappacificato con l’esistenza.

 

Leonard Cohen scrive poesie fin dalla giovine età. Il bardo acustico, folksinger metafisico, principesco adoratore delle delizie terrene elevate ad assaggi di aldilà, arriva solo dopo, in un moto di spontaneo, reciproco completamento. E’ il 1967 quando, in due ore, scrive una delle più grandi canzoni della storia - pur nei suoi stringati tre minuti e rotti - che poi includerà nel suo primo album, il mitico “Songs Of Leonard Cohen”, ad accrescerne la qualità di capolavoro irripetibile: “Sisters Of Mercy”.

 

Storia, cronistoria e retroscena stanno proprio in quanto detto poc'anzi: il poeta-cantautore si è portato appresso due signorine a ore nella sua camera d’albergo per passarci la notte, per divertimento o come rimedio a un insopprimibile senso di solitudine. Quello che ne segue non è solo appagamento carnale, ma un vero, denso tocco di spiritualità che fa certo il paio con “l’amor sacro e l’amor profano” del nostro Fabrizio De André, alle prese con temi e spunti affatto analoghi. Mentre le due “sorelle” dormono mollemente sul letto, l’artista scrive a mo’ di dedica una poesia, di getto in un paio d’ore per far in modo che fosse pronta al loro risveglio.

 

Con questa straordinaria canzone, che ha il suo diretto preludio - per leggiadria di temi, eleganza sovrannaturale, e costruzione armonica - in “Winter Lady” (altra gemma raccolta in “Songs Of Leonard Cohen”, ndr), Leonard Cohen arriva a imbastire con eccezionale concisione e assenza d’imbarazzi e retorica, una sua visione di sacralità terrena. Cohen semplicemente ascende al cielo rimanendo nel mondo conosciuto: la lettura della donna ideale della “Vita Nova” di Dante si traduce e accresce nell’accezione, se si vuole anche per le vie impervie dello scandalo (perlomeno nei confronti del puritanesimo), e si traduce in note cristalline, in calmissimi bisbigli, in luccicanti arrangiamenti sempre più eccitati.

 

Quella dell’artista è anzitutto visione, dunque, e visione non inferiore all’altro grande monumento all’amore turbativo e alla femminilità trasognata che è il “Blonde On Blonde” di Bob Dylan. Cohen è anche pittore impressionista: l’inverno, il buio e la luna, le montagne innevate, la luce riflessa e indi amplificata; tutto concorre a dare il senso del momento irripetibile fissato nell’eternità, dell’attimo che fugge e che ha nondimeno l’imprinting della rivelazione cosmica. I fatti interiori connotano l’atmosfera, il contesto, l’umore della natura.

 

E’ proprio questo prezioso incontrarsi di eventi microscopici a rappresentare il motivo scaturente della canzone, l’occasione poetica e musicale, un tutto superiore alla somma delle parti. Cohen dipana, diffuso nelle pieghe gentili degli arpeggi di chitarra, un alternativo concetto di peccato, redenzione (misericordia), e quindi di amore. Il senso della colpa, e forse anche della vera trasgressione, sta nell’essere privati delle due suore-sgualdrine confessore, le “sorelle della misericordia” (peraltro un vero ordine monastico ormai estinto), i due esseri lascivi e ultraterreni in grado di purificare, sanare, ridestare l’animo dell’errabondo, del misero, dell’afflitto, del cornificato, dell’idiota, dell’uomo qualunque. Il vero peccato è dunque provare per loro gelosia, privarsi della loro presenza, o peggio non conoscere l’esistenza di questi angeli misericordiosi.

 

La nuova lettura delle beatitudini, il nuovo vangelo di Leonard Cohen attacca con la sua sola voce. Dura solo un’invocazione a mezza voce, un “oh”, quindi la chitarra inizia il suo dondolio ternario, un minuetto dimesso. La prima strofa è solo un nudo accompagnamento tra la voce del poeta e la sua fida chitarra; alla seconda strofa la nuvola di suoni balza quasi in subito in primo piano, come se le emozioni paradisiache si accendessero in un lampo. E’ un continuo, illusionistico ma palpitante crescendo di campanelli, accordion, maracas, grancassa, glockenspiel, piatti, come se degli angeli saltimbanchi calassero dal cielo ad accompagnare il poeta nel suo rimembrar cantando.

 

Non c’è un vero ordine, nel susseguirsi di versi e strofe, di contrappunti o frasi solistiche, esiste un puro accatastarsi di palpiti e tocchi, che a volte sottolineano la commozione sommessa del canto, a volte decorano con grandissima finezza, altre ancora riecheggiano lo spirito di catarsi dell’armonia. Il culmine si ha nella penultima strofa, quando questo nugolo di timbri diventa vera seconda voce, una voce persino cosmica con un che di alieno e femminile al contempo.

 

La canzone termina con la tonalità del bridge strumentale, una temperatura musicale che ha davvero qualcosa di salvifico e definitivo: quella di Cohen, allora, diventa davvero omelia sull’amore universale, un nuovo anelito di pace e giustizia fatto di sensi e sensazioni, gratitudine immarcescibile, nuova esistenza. Una religione fondata sulla ricerca dei momenti indescrivibili, e quindi - proprio per questo - misericordiosi.

 

Davvero irripetibile è anche la canzone nella sua interezza, ma parimenti importante per le generazioni future che in questa dicotomia lussureggiante troveranno ispirazione, stile, e forse persino una ragione di vita (una delle più importanti band del gothic-rock mondiale si battezzerà proprio con questo titolo). E, forse, una delle ragioni per cui Leonard Cohen verrà ricordato nei secoli dei secoli.

 

Oh the sisters of mercy they are not

Departed or gone,

They were waiting for me when I thought

That I just can't go on,

And they brought me their comfort

And later they brought me this song.

O I hope you run into them

You who've been traveling so long.

 

Yes, you who must leave everything

That you cannot control;

It begins with your family,

But soon it comes round to your soul.

Well, I've been where you're hanging

I think I can see how you're pinned.

When you're not feeling holy,

Your loneliness says that you've sinned.

 

Well they lay down beside me

I made my confession to them.

They touched both my eyes

And I touched the dew on their hem.

If your life is a leaf

That the seasons tear off and condemn

They will bind you with love

That is graceful and green as a stem.

 

When I left they were sleeping,

I hope you run into them soon.

Don't turn on the light

You can read their address by the moon;

And you won't make me jealous

If I hear that they sweeten your night

We weren't lovers like that

And besides it would still be all right

We weren't lovers like that

And besides it would still be all right.

Playlist
Ascolta "Sisters Of Mercy"


Dall'album "Songs Of Leonard Cohen" (Columbia)
Pubblicazione: Dicembre 1967 (prima edizione) - Febbraio 1968
Autore: Leonard Cohen
Produttore: John Simon
Durata: 3'32'


"Sisters Of Mercy" (live '72)

"Sisters Of Mercy" (live in Amsterdam, 22 Agosto 2012)

"Sisters Of Mercy" (cover di Beck, Devendra Banhart e MGMT)
Leonard Cohen su OndaRock
Recensioni

LEONARD COHEN

Old Ideas

(2012 - Columbia)
Cohen riporta le sue canzoni all'essenza. E realizza il suo disco pił prezioso dell'ultimo ventennio

Speciali