Approfondimenti

Indie-pop For Dummies

Alle radici dell'indie-pop


di Luca Pasi, Andrea Cornale, Francesco Amoroso

In un periodo in cui il termine indie-pop viene banalizzato e utilizzato solo per definire semplicemente la musica indipendente che suona pop, abbiamo voluto provare a riconferirgli il significato originario attraverso una guida, una collana ed una raccolta, che aiuterà a muovere i primi passi all'interno di questo e altri generi che verranno. Non vuole questa essere però solamente una celebrazione di quanto l'indie-pop sia riuscito a riassumere e ad idealizzare nelle sue canzoni, nelle sue melodie, l'aura di uno dei frangenti migliori della vita di ciascuno (l'adolescenza), ma essere invece un ricordo di quanto tutto ciò lo renda tutt'oggi ancora speciale.

L'indie-pop era, ed è, un genere musicale che nacque attorno al punk UK e al post-punk nei primi anni 80. Dal punk, in particolare, prese in prestito alcune idee sulla politica e sulla cultura della produzione. Adottò e si adattò, infatti, al concetto che la musica dovesse essere fatta da e per i propri destinari, indipendentemente dalle regole e dalle strutture di proprietà delle etichette majors.
Quello che lo differenziava dal punk era senza dubbio il suono: un accento decisamente pop su una struttura melodica e una strumentazione apparentemente semplice. Sebbene l'indie-pop venne poi meglio definito negli anni a seguire, questa fu dal principio una delle peculiarità che più lo caratterizzarono. Per i musicisti questa virata verso il pop includeva non solo melodie rotonde, estrema accessibilità ed una forma-canzone ben strutturata, ma anche un'esclusiva intimità, una totale assenza di virtuosismi pretenziosi e di aggressività tipicamente mascoline.
Il genere, del resto, fu caratterizzato anche dall'importanza del genere femminile nella sua crescita e sviluppo che era sottolineata non solo dalla loro presenza di molte donne tra i musicisti, ma anche dalla loro partecipazione alla scena stessa e a tutto quello che circondava la produzione indie-pop (etichette, fanzine etc.). Questa enfasi su un'eccessiva femminilità finì, tuttavia, per causare molte accuse al genere che venne definito eccessivamente "girly", sebbene l'indie-pop incorporò poi alcuni elementi di "autenticità" maschile (specialmente in America). Era invece "girly" nel modo in cui sia gli uomini che le donne si approcciavano e giocavano con queste convenzioni musicali ed emotive di femminilità. È un'interazione tra un'"autenticità" mascolina e una femminilità tutta da scoprire.
Anche l’etichetta “twee”, spesso associata al genere per sottolinearne la “gentilezza” al limite del naif, ha assunto talvolta un’accezione negativa, tuttavia una delle caratteristiche immancabili dell’indie-pop è la sua (auto)ironia, che ha fatto sì che molti gruppi giocassero abilmente con gli stessi stereotipi di cui la critica li tacciava (Tullycraft, Sarandon, Spring Boutique etc.). In effetti l’indie-pop è stato fin dall’inizio un genere in sè decisamente auto-referenziale, che si nutre di una serie di modelli disparati, uniti però dal deciso ed immediato approccio melodico: i girl groups degli anni Sessanta, il jingle jangle chitarristico dai Byrds in giù, un po’ di soul e di Bacharach, un tocco di psichedelia e al contempo di essenzialità punk, radici folk e cantautorali mai negate, lungo una linea che arriva fino alla timida esuberanza degli Smiths e da lì getta i semi che hanno fatto rapidamente germogliare il movimento. Modelli rivissuti con uno spirito ad un tempo serissimo e sorridente, intellettualmente introspettivo ma anche dotato di una forte urgenza comunicativa. Modelli che, bene o male, hanno costituito per la scena indie-pop una sorta di patrimonio fortemente caratterizzante e consapevolmente condiviso, che oggi a quasi trent’anni dai primi fermenti si mantiene pressoché immutato nei nuovi adepti, rivitalizzando anzi in modo del tutto spontaneo, artigianale ed entusiastico le intuizioni dei gruppi della metà degli Ottanta.
 
In questa guida, esente da qualsiasi valore enciclopedico, abbiamo quindi raccolto dieci piccoli grandi album che hanno, in qualche modo, definito ed inquadrato il genere in giro per il mondo. Non ci si stupisca però di trovare sette dei dieci dischi selezionati provenienti dal Regno Unito (tre di questi rilasciati sotto la Sarah Records, etichetta che più di tutte ha saputo mantenersi sovieticamente fedele ai tratti salienti dell'indie-pop) perché è da qui che iniziò tutto.
I dieci dischi scelti sono elencati in ordine esclusivamente cronologico.

orangejuice_youcanthideOrange Juice - You Can't Hide Your Love Forever (Polydor, 1982)
"What can I do to see your fine teeth smiling at me?"
Impensabile iniziare a stilare questa lista indie-pop senza del Succo d'Arancia. Vitale e dissetante. Collins, Kirk, McClymont e Daly, in una manciata di singoli sulla seminale Postcard Records, riuscirono, prendendo spunto dal lato malinconico dei Velvet Underground, dagli ideali fai da te e dall'ethos del punk, dalla sua caparbietà non conformista, dal pop dei 60s e dal Northern Soul, a distillare quella che venne chiamata la "gioventù Scozzese" e a gettare in seguito le basi per l'indie-pop tutto. "You Can't Hide Your Love Forever" il loro esordio su lunga distanza rilasciato su Polydor, condensa tutto questo in quindici gioielli funk-pop di inestimabile valore. "Falling and Laughing", primo singolo degli scozzesi, "Tender Object", "Consolation Price" o la schizofrenica "Wan Light" sguazzano tutte in un mare di jangle articolato dalla profonda e caldissima voce di Edwyn Collins, attraverso la quale gli OJ non solo riuscirono a creare alcune delle canzoni più anfetaminiche di quell'era, combattendo l'assalto conservativo del New Romantic, ma garantirono anche un enorme impatto sulla nascente sensibilità pop di milioni di artisti a seguire. 

felt_foreverFelt - Forever Breathes The Lonely Word (Creation Records, 1986)
"Well, let me tell you something, it's not what it seems, let me give you advice: come on now hang on to your dreams"
C'è il genio di Martin Duffy dietro alla svolta pop dei Felt. C'è il genio di Martin Duffy sulla copertina di "Forever Breathes the Lonely Word" e sempre lui nella magistrale apertura di organo di "Rain Of Crystal Spires". In questo sesto scrigno ad opera Felt, Lawrence, con il pallino dei Television ancora pulsate, arriva definitivamente dritto al cuore nelle sue deliberate malinconie che aleggiano su tutto il lavoro: "I was pleased just then till you said that the sun will never shine", "I was seeing my blood it dripped like tears", "all the people I like are those are dead"… Nel primo disco senza brani strumentali divampa ora più che mai un clima di confortanti sconforti, di una notte di sensuali fallimenti in cui risplendono tra carezze, riflessioni autunnali, incastri fra chitarre ed organo, pezzi immaginifici come "September Lady", "Gather Up Your Wings And Fly", "Grey Streets", "A Wave Crashed On Rocks" e tutte le loro girandole di arabeschi armonici che divampano senza soluzione di continuità. Una scheggia di cinematica perfezione pop esplosa nell'86 con la quale, Belle and Sebastian in primis, ogni gruppo indie-pop ha dovuto confrontarsi negli anni a seguire.

pastels_upforabitThe Pastels - Up For a Bit With The Pastels (Glass Records, 1987)
L’indie-pop prima dell’indie-pop.
I Pastels, da Glasgow (ed evidentemente non è un caso: ci sarà qualcosa nell’aria…), esordiscono nel 1987 con “Up For A Bit With The Pastels”, un lavoro innovativo e originalissimo che, tuttavia, non disdegna la tradizione e non ha, in alcun modo, la pretesa di essere sperimentale. Ancora reminiscente dell’estetica punk, ma influenzato massicciamente dal pop psichedelico dei sixties, con una geniale spruzzata di bizzarra orchestrazione, “Up For A Bit…”  è l’antesignano e il pioniere di tanto jangly pop chitarristico che ha reso imperitura la fama di Glasgow da allora e negli anni a venire. I Pastels, con il loro esordio, si sono proposti, pur non necessariamente in maniera consapevole, come trait d’union tra l’art-rock dei Velvet Underground e il pop indipendente che, nei successivi, 20 anni sarebbe arrivato anche a conquistare le classifiche. Classici come "Baby Honey", la straordinaria "I'm Alright With You”, il quasi rockabilly di “Get ‘Round Town” , o la stralunatissima e trascinante “Automatically Yours”, hanno, nel tempo, fatto di questo esordio un album di culto che ha influenzato stuoli di musicisti indipendenti, ponendosi come baluardo a difesa del vero pop in contrasto con tanta musica plastificata e omologata dell’epoca. Un lavoro da custodire gelosamente e di cui rendere edotti solo gli iniziati al "verbo". L’Indie-Pop prima che l’indie-pop fosse anche solo concepito, si diceva.

fieldmice_snowball_01The Field Mice - Snowball (Sarah Records, 1989) 
La più grande indie-pop band di sempre? I portabandiera di un'etichetta? O forse il gruppo meno indie-pop della Sarah Records? Probabilmente, mi si perdonino gli ossimori, i Field Mice sono stati un po' tutto questo. Mitcham, suburbia londinese, 1987: è lo scenario in cui inizia la storia dei Field Mice, inizialmente i soli Robert Wratten, Michael Hiscock e il fidato produttore Ian Catt. L'avvento dei topi di campo alla Sarah Records sopraggiunse quando i solchi nel formaggio erano già stati scavati profondamente dall'etichetta, ma "Snowball" - il primo 10" rilasciato nell'estate dell'89, ne diventerà stranamente uno dei simboli e delle uscite più importanti. Poeticamente i FM non erano diversi dalla quasi totalità dei gruppi Sarah, con quel romanticismo perdente con cui Bobby era capace di intravedere la bellezza in ogni relazione in dirittura d'arrivo, o più semplicemente, nei suoi stessi fallimenti. Musicalmente, invece, suonavano ingenui proprio nel loro tentativo di travalicare i confini del Sarah sound in catene elettroniche emozionali. "Snowball" è un viaggio di beatitudine e malinconia tra le trascinanti "You're Kidding Aren't You", "This Love is not Wrong", lo stillicidio di "End of the Affair", una strepitosa "Couldn't feel Safer" con memorie Factory in direzione Wake o una dancey "Let's Kiss and Make Up" (a ben vedere ripresa poi dai Saint Etienne).

chills_submarinebellsThe Chills – Submarine Bells (Flying Nun, 1990)
Verso la metà degli anni ’80 nella periferica Dunedin, cittadina della già periferica Nuova Zelanda, una serie di band esce dall’anonimato e grazie all’interessamento della lungimirante Flying Nun Records, riesce a raggiungere gli appassionati indie di mezzo mondo. Insieme ai Bats, i Chills del geniale e prolifico Martin Phillipps sono il gruppo più eclettico e talentuoso del kiwi-pop. “Submarine Bells” , unanimemente considerato il loro album più completo, si apre – innestando una vigorosa dose di ironia – con la memorabile melodia circolare di “Heavenly Pop Hit”, piccolo straniante prodigio di tastiere e cori destinato a diventare “la” canzone dei Chills. Ma non è l’unico gioiello nello scrigno del gruppo: il talento dei neozelandesi si dispiega nell’originale capacità di essere ad un tempo evocativi ed orecchiabili, folk e post-punk, morbidi e graffianti, obliqui ed immediati, mescolando insieme gli opposti non solo nel vivace alternarsi dei 12 episodi dell’album, ma spesso persino all’interno dei tre minuti canonici di una canzone. 

blueboy_ifwishesBlueboy - If Wishes Were Horses (Sarah Records, 1992)
“Nothing is purer than intense beauty”.
Se l’infanzia fosse un album, come suonerebbe? Verosimilmente suonerebbe come “If Wishes Were Horses”. Sembrerebbe impossibile condensare i ricordi del periodo più fecondo dell’esistenza umana in soli 26 minuti, eppure Keith Girdler e compagni ci sono riusciti. Mirabilmente. Dal titolo (che si riferisce al proverbio che sostiene che se i desideri fossero cavalli, allora i poveri sarebbero sempre al galoppo) alla copertina, l’esordio sulla lunga distanza dei Blueboy per la Sarah Records (cui seguiranno altri due pregevoli lavori: “The Bank Of England” e “Unisex)  è un concentrato di nostalgia di un passato rimembrato con gli occhi lucidi e una stretta forte e dolce al cuore. Probabilmente uno degli album più genuinamente aderenti al “genere”, e uno dei più sottovalutati, “If Wishes Were Horses” non solo celebra l’estetica dell’indie pop, ma ne sposa in pieno il suono, pur ampliandone lo spettro con richiami evidenti alla bossa nova e l’uso del violoncello a sottolineare lo struggimento di un’età piena di emozioni e stupori. Le voci delicatissime e quasi diafane di Keith e Gemma e la chitarra gentile di Paul regalano all’ascoltatore una lucentissima piccola perla che, sottilmente, farà breccia nel cuore di molti e diverrà un pilastro dell’indie pop più sentimentale. "Leaves are falling/ Mountains crumbing/She's in love with a memory".

heavenly_lejardinHeavenly – Le Jardin De Heavenly (Sarah Records, 1992)
L’indie-pop probabilmente non esisterebbe senza Amelia Fletcher e le sue varie (re)incarnazioni musicali. I suoi Talulah Gosh non figuravano sulle due facciate della mitica C86, ma nella seconda metà degli anni ’80 hanno dato un contributo fondamentale alla definizione del genere. Rinata nel ’90 col nome Heavenly, la band inglese lascia da parte il coté più artigianale e naif dei Talulah e mette a fuoco la sua pregnanza melodica con quattro album di grande livello. “Le Jardin De Heavenly”, il secondo in ordine d’apparizione, è probabilmente quello che più di tutti fotografa il talento di Amelia e dei suoi compagni: canzoni come “Starshy”, “Tool”, “Orange Corduroy Dress”, “C Is The Heavenly Option” (portentoso duetto con Calvin Johnson dei Beat Happening), “Sort Of Mine”, “So Little Diserve” possiedono una freschezza travolgente, mescolando velluto ed elettricità, sorridenti armonie vocali e chitarre di calcolata ruvidezza, memorie dei girl-groups anni ’60 e sottintese inquietudini indie, il tutto in nome di quella scintillante, entusiastica, estroversa immediatezza che ancora oggi, a tanti anni di distanza, contraddistingue il songwriting della Fletcher. 

thesofties_itsloveThe Softies - It's Love (K Records, 1995)
Indie-Pop goes to America and It's Love. Più ruvida, più muscolare, più punk. Queste erano probabilmente le differenze sostanziali tra la scena americana e quella inglese, ad eccezione di qualche gruppo rilasciato sulla Bus Stop ("la Sarah americana") e delle Softies. Il duo, nato dall'incontro tra Rose Melberg (il corrispettivo americano di Amelia Fletcher) già al lavoro con Tiger Trap e Go Sailor, e Jen Sbragia (All Girl Summer Fun Band), mette insieme nel loro esordio sulla K Records di Calvin Johnson, quattordici delicatissimi carillon di sole chitarra e voce sulla scia di quello che Tracey Thorn aveva fatto con le Marine Girls. Pezzi malinconici veicolati da una leggerissima grazia folk in un disco che si fa carico piano piano di sentimenti terribilmente veri e puri, mettendo a nudo le proprie emozioni. Dalla tristemente e dolcissima canzone d'addio "Hello Rain" (I made a paper boat and watched it going down the drain, So goodbye, wishing you well and hello rain) passando dalle caldissime "I Love You More" e "It's Love" alla freddissima "Alaska" fino ad arrivare anche ad una cover dei Talulah Gosh "I Can't Get No Satisfaction (Thank God)" dai ritmi assolutamente più blandi. Con una manciata di gemme immaginifiche le Softies scoprivano e lasciavano spazio a piccoli nuovi germogli primaverili, fragili all'apparenza ma forti di radici solide e sicure. È amore.

ifyourefeelingsinisterbelleandsebastianBelle and Sebastian - If You're Feeling Sinister (Jeepster, 1996)
È stato un po’ come se un’epoca si chiudesse e una nuova fase si aprisse. Nel 1995 viene scritta definitivamente la parola fine sull’incredibile esperienza Sarah Records l'anno successivo, quando oramai sembra che l’indie-pop abbia detto tutto ciò che poteva dire, si affermano sulla scena indipendente anglosassone i Belle And Sebasitan con il loro secondo lavoro “If You’re Feeling Sinister”. Se l’esordio "Tigermilk" era stato una chicca per pochissimi fortunati e l’e.p. “Dog On Wheels” aveva cominciato ad aprire loro le porte della notorietà, è, infatti, proprio grazie a “If You’re Feeling Sinister” che la band di Glasgow (toh…!) si afferma e guadagna una fama che presto diverrà internazionale.
Ma ancor più che il consenso ricevuto e il successo raggiunto, l’album rosso dei Belle And Sebastian è un lavoro che segna un’epoca e rimane fondamentale in quanto, volente o nolente, rappresenterà lo standard dell’indie-pop da quel momento in poi. Il romantico understatement e l’acume dei testi, l’essere twee in maniera sfrontata e quasi aggressiva, senza timidezza o vergogna alcuna, l’estetica fieramente D.I.Y. e un pugno di canzoni indimenticabili, consentono a Stuart Murdoch, Isobel Campbell e soci di riformare il genere senza per questo stravolgerlo. Una sorta di rivoluzione con foto monocromatiche al posto dei volantini, con carezze in forma musicale invece della violenza e i cardigan a sostituire le divise. Stilisticamente influenzato in egual misura dal C86, dal folk e dal pop di matrice sixties (per tacer del northern soul) “If You’re Feeling Sinister”, dal manifesto twee “Fox In The Snow”, all’inno da cameretta “Get Me Away From Here I’m Dying”, fino alla title track che riesce nell’improbabile intento di introdurre temi religiosi nel fino ad allora laicissimo pop indipendente, inanella, una dietro l’altra, canzoni che saranno ricordate e venerate dagli amanti dell’indie-pop per generazioni. Dopo “If You’re Feeling Sinister” nulla (in ambito indie-pop almeno) sarà più lo stesso.

sambassadeurSambassadeur – Sambassadeur (Labrador Records, 2005)
La Scandinavia (e la Svezia in particolare) sono da sempre un campo straordinariamente fertile per i semi dell’indie-pop. La Labrador Records è da quindici anni l’Eldorado pop del Nord Europa ed ha tenuto a battesimo band importantissime per il genere come Acid House Kings, Club 8 ed Edson. Nel 2005 la prolifica label di Stoccolma lancia l’omonimo esordio di quattro ragazzi di Malmoe che, scegliendo il nome per il proprio gruppo, si sono ispirati a Gainsbourg. “Sambassadeur” – nel suo spirito essenziale e quasi naif – è una piccola preziosa summa di vent’anni di indie-pop, nutrita nella stessa generosa quantità di Sarah Records e di Belle & Sebastian ed abilmente distillata con quella luminosa dolcezza che in fondo è il tratto comune a decine di band scandinave di oggi e di ieri. L’autunnale malinconia di pezzi magnifici come “New Moon”, “Ice & Snow”, “Still Life Ahead”, “Between The Lines”, “La chanson de Prevert”, diventa pura suggestione fra imbronciate carezze acustiche, sognanti sferzate elettriche, immancabili chitarre jangly, sottili carillons elettronici, morbide coperte di sinth, rassicuranti handclapping e quiete armonie vocali.