Julian Cope - Teardrop Explodes

Julian Cope - Teardrop Explodes

Il cantastorie apocalittico

di Alessandro Bianchi

Dalla militanza nei Teardrop Explodes alla folgorante carriera solista, il gallese Julian Cope si è rivelato uno dei cantautori più dirompenti e sciamanici del rock britannico, oltre che critico musicale sopraffino . Ecco l'intervista che ci ha rilasciato in esclusiva, seguita da un ampia panoramica sulla sua carriera
La vicenda disco-biografica di Julian Cope parte alla fine degli anni 70 e si può suddividere nei suoi tre progetti principali : Teardrop Explodes, carriera solista e Brain Donor. La sua musica stralunata è sempre stata in continua evoluzione, mai un disco uguale a un altro, se non per progetti minori, sempre nel solco dei grandi del passato, dalla psichedelia californiana all'elettronica e ai nuovi suoni oscuri della new wave britannica.

La sua carriera musicale inizia proprio quando la new wave stava nascendo, il 1978, in quel di Liverpool, con la partecipazione in gruppi come i Crucial Three o Nova Mob, prima di fondare con Gary Dwyer, Paul Simpson e Michael Finkler il nucleo embrionale dei Teardrop Explodes. L'anno seguente, dopo la pubblicazione di due singoli quali "Sleeping Gas" e "Bouncing Babies", entra in scena David Balfe al posto del dimissionario Simpson. I Teardrop iniziano a farsi conoscere in tutto il panorama inglese formando attorno a sé una nutrita schiera di fan, che dopo l'uscita del terzo singolo, "Treason", potranno gustarsi il primo Lp dei nostri, Kilimanjaro (1980). Un album che contiene i tre singoli sopraccitati e si stende lungo un tappeto sonoro ricco di influenze nel quale la new wave fa la parte portante, con i suoi toni cupi e smorzati da scatola metallica chiusa, mentre la ritmica post punk caratterizza da subito il disco, basti sentire l'iniziale "Ha Ha I'm Drowning" per rendersene conto. "Poppies in the Field" è forse la migliore traccia del disco, al pari dell'oscura "Kilimanjaro", in uno stile visionario e allucinato, forse anche provocato dal largo uso di droghe assunte dallo stesso Cope. L'album non disdegna nemmeno la melodia, che anzi si rivela molto presente, la roboante "Brave Boys Keep Their Promises" ne è la dimostrazione così come "When I dream", con il suo incedere che rimane fisso nella mente, da canticchiare in continuazione. Analizzando nel profondo quest'opera, si potrebbero cercare strade anche nel dream-pop, dato il sovraimpiego di tastiere, ma forse è una parte troppo marginale e minimale per poter essere considerata come tale. Kilimanjaro trova degna conclusione con la lunga ed elaborata versione live di "Sleeping Gas".

La band chiude l'anno con un live e apre il 1981 con un lungo tour alla conquista degli States. Alla coppia Julian Cope e Dwyer si aggiungono Troy Tate alla chitarra, Alfie Agius al basso e Jeff Hammer alle tastiere. La serie di concerti sarà un successo, ma farà scoppiare dissidi interni per la leadership dei Teardrop che porteranno la band stessa allo scioglimento. Escono in questo periodo due singoli, "Passionate Friend" e "Colours Fly Away" che saranno poi parte integrante del secondo album dei Teardrop, Wilder. Il suono appare da subito più curato, forse anche troppo, dato che la melodia prende maggiormente corpo in una azzardata evoluzione verso il pop. Ciò non toglie che sia un disco geniale, nel quale spiccano intuizioni di assoluto valore compositivo quale "Seven Views of Jearusalem" a ritmo orientaleggiante, fiati e percussioni, paesi esotici ed eccentricità all'unisono, oppure le atmosfere soffuse da notte solitaria e malinconica di "Tiny Children" e, perché no, la psichedelia bistrattata in "The Great Dominions". In poche parole, un crogiolo straripante di suoni e influenze, per certi versi un album migliore del Kilimanjaro tutta grinta dell'esordio, forse una memoria musicale che ci hanno voluto donare, dato che lo scioglimento dei Teardrop Explodes sarà prossimo.

Non basteranno la tournée promozionale intrapresa e l'uscita del singolo "Tiny Children" a cambiare il corso degli eventi. Nel novembre del 1982 Cope e compagni si separano, lasciando alcune registrazioni sparse che verranno poi raccolte sul disco postumo Everybody Wants to Shag the Teardrop Explodes (1990).

I componenti della band prenderanno strade differenti, Julian Cope si dedicherà alla carriera solista, dimostrando di avere ancora molto da dire. Sarà, come vedremo, una discografia ricca di successi la sua, a riprova del suo ego eccentrico e geniale.

Per addentrarsi nell'esame della sterminata carriera discografica di Cope in veste solista, bisogna premettere senza alcun dubbio l'anno, 1983, trascorso a riordinare le idee, studiare i vari progetti che passavano velocemente e a flusso continuo nella sua mente, adattarli a un tappeto sonico innovativo e poi rielaborarli definitivamente in un prodotto finale. Non possiamo quindi considerare il 1983 come un anno di pausa per il Cope reduce dall'esperienza teardropiana, ma come un ciclo ricco di evoluzioni artistiche, in cui il nostro cerca di ripercorrere le strade degli sciamani poetici visionari e mistici, imponendosi come il nuovo Morrison o il nuovo Barrett. Si avvicina sempre più alla sperimentazione sonora, appassionandosi alla scena teutonica del kraut-rock, scrivendo anche un libro "Krautrocksamplers", e infine acculturandosi sulla tradizione celtica e mitologica della Gran Bretagna: il libro "The Modern Antiquarian" ne è la dimostrazione.

E' il 1984, pronti ai posti di partenza? Un'onda sonora esce dagli schemi e prende corpo in Julian Cope. Escono in rapida successione due dei dischi più importanti e rivoluzionari della new wave e in chiare lettere del suono degli anni 80, World Shut Your Mouth e Fried. Due autentiche bombe che abbattono le fondamenta della musica passata, sostituendole con un nuovo modo di ragionare la musica. Ascoltando questi dischi torna subito alla mente la classica melodia barrettiana, di "Love You" o le tenebre di "No Man's Land", con quella psichedelia smorzata da toni ritmati, quell'eccentricità visionaria e stralunata, perché in fondo al primo ascolto viene naturale accostare Cope a Syd. Provate a immaginare Barrett che canta sopra una base post punk o nella freddezza metallica della new wave, con un sitar, il suono del vento e un organo in accompagnamento; non è semplice, vero, ma in questo caso potete ascoltare World Shut Your Mouth e avrete un'idea precisa di quanto detto. L'album sembra quasi un continuo storico di Kilimanjaro ed è sintetizzato nella sinfonia allucinata di"Sunshine Playroom".

Probabilmente anche le sostanze psicotrope si mettono a fare la loro cospicua parte e la rivoluzione inizia da una concezione aggressiva della psichedelia britannica, come sembrerebbe ascoltando due brani di Fried come "Reynard The Fox", devastato dalle distorsioni e dalle urla lancinanti, e la più delicata "Laughing Boy". Sempre su Fried, però, emerge anche il lato più melodico di Cope, ben rappresentato dal pop ibrido di "Sunspots".

La bellezza di questi due album, proprio come accadde con i primi dischi dei Velvet Underground, non troverà un riscontro commerciale adeguato e per Cope sarà un colpo assai duro da digerire.

I fiaschi dei due singoli successivi, "Competition" e "Sunspots", sommati agli abusi di droga e ai problemi con la casa discografica portano Julian sull'orlo dell'abbandono delle scene. Un ritiro a vita privata che si prolunga per due anni.

Dobbiamo aspettare il 1986 per vedere nuova linfa vitale e musicale scorrere nelle vene di Cope. In questo anno prenderà corpo una tournée mondiale con il chitarrista Donald Skinner e la firma sul contratto della Island. L'anno seguente uscirà il terzo album, Saint Julian, che non sarà altro che una rivisitazione dei dischi precedenti, resi più accessibili e dunque, in buona sostanza, semplificati. Con questo disco il nostro raggiungerà il successo commerciale tanto atteso. Eppure trattasi di un album che non merita di essere annoverato tra i suoi migliori. Un lavoro soltanto discreto, con la sola "Trampolene" a tenere alta la bandiera delle eccezioni. Il resto è un susseguirsi di coretti semplici e adatti a far colpo sul grande pubblico, come nel caso di "Placet Ride". Anche quella "World Shut Your Mouth", irriconoscibile e ridotta allo scheletro inconcludente non sembra rispecchiare per nulla i capolavori di tre anni prima. Saint Julian rimane tuttavia un onesto disco pop con qualche buona nuova intuizione qua e là, come "Pulsar", "Screaming Secrets" e la conclusiva "A Crack in the Clouds".

Si tratterà, comunque, di una breve parentesi all'interno della discografia di Cope, tanto che l'anno successivo, 1988, si andrà già verso un nuovo preambolo di sperimentazione sonora, con l'uscita dell'eccentrico My Nation Underground. Il disco sarà anticipato dall'uscita di tre singoli, poi racchiusi nello stesso, la romantica "China Doll", "Charlotte Anne" e la cover dei Vogues "5 O'Clock World". L'album suona come un crogiuolo di suoni senza apparente filo logico, allestiti con una parodia di percussioni e ampio uso di sintetizzatore, organo e armonica, con il vibrato wha wha che entra in campo, lasciandoci sconcertati per il primo, plausibile, avvicinamento all'elettronica. Come solito sono persistenti i coretti contagiosi, e la voce istrionica di Cope riesce a percorrere in modo perfetto tutto il disco. Una bella boccata di ossigeno, insomma, dopo Saint Julian.

Abbiamo iniziato la mini-scheda sui Teardrop Explodes dicendo che la carriera solista di Cope fu una continua evoluzione musicale, mai un disco eguale a un altro, e così, dopo aver tracciato la strada della sperimentazione sonora, ecco che esce nel 1990 Skellington, inciso con l'etichetta propria CopeCo. E' un disco improntato unicamente sull'acustica, con la triade batteria-basso-chitarra sempre in primo piano. Si abbandona quindi per il momento la sperimentazione sonica e ci si addentra in un rock oscuro, vicino a un folk eclettico, con il corno che dà fiato ogni tanto. Sembra quasi un disco riflessivo e intimista, una versione completamente nuova per Julian Cope, che riesce tuttavia a interpretarla da par suo, da vero animale da palco. Canzoni come "Robert Mitchum", "Doomed", "Out of My Mind On Dope and Speed" e "Comin' Soon" riportano nuovamente a un ricordo di Barrett, con la sua voce profonda e ipnotica, caposaldo della psichedelia britannica.

Le tracce non superano mai i tre minuti, così come nel secondo disco, sempre dello stesso anno, Droolian, con Cope alla chitarra e voce per una pseudo-raccolta di bozzetti sonori. Non mancano certo le eccentricità e i tocchi di estro, le ambientazioni mistiche di "Look After Your Leathers", la scanzonata e ironica "Unisex Cathedral", l'incomprensibile "Commin' Down.", sono solo parte di quanto potrete trovare su questo album che abbandona le melodie folk per addentrarsi in piccoli esperimenti, come prova generale per il futuro, nel segno dell'emulazione della scena kraut-rock tedesca.

Prima di questo però arriva uno dei suoi dischi più belli, il doppio Peggy Suicide (1991). Realizzato allestendo un'intera "orchestra", è il primo capitolo di una trilogia dedicata all'ambiente e alle sue problematiche da parte dell'ecologista Cope. Ma è anche uno dei migliori dischi del druido britannico, una sorta di Fried raffinato e dedito alle religioni pagane, che scivola via sopra le note, anche in momenti intensi come "Safesurfer", una lunga riflessione sul mondo dell'Aids e sulle sue conseguenze nell'animo umano. Altri momenti intensi sono l'iniziale "Pristeen" e "Promise Land", mentre pezzi come "You" e "Soldier Blue" si divincolano dagli schemi fluttuando in totale libertà espressiva. Rimane sempre in voga la melodia, come nel pop criptico di "Beautiful Love" o in "Hanging Out and Hung Up on the Line".

E' un periodo di grosso fermento compositivo, e le attività di Cope si fanno frenetiche. Tutto porta a lavori particolari e di altissima qualità, così come il secondo episodio della trilogia ecologista, Jehovakill. Il disco, come già anticipa il titolo, è inquietante e oscuro; Cope si esprime in uno stato catatonico, condannando la follia umana scagliatasi sull'ambiente e sulla nostra società. La sua voce si fa cupa e apocalittica, con suoni freddi e lenti, in un vortice che porta presto verso la catastrofe. L'iniziale "Soul Desert" si avvale di un continuo crescendo di ritmo. Da sottolineare "Upwards at 45°", uno dei pezzi più intensi del disco, creato attorno a una struttura rock sperimentale, la funerea "Gimme Back My Flag", che si tramanda per riti orientali tra profumi di incenso e ambientazioni mistiche e, infine, "The Subtle Energies Commission" che mette assieme "Hallogallo" dei Neu! con gli Stooges, in una sequenza di continui cambiamenti di ritmo. Inizia proprio qui, da questa traccia rivisitata dei Neu!, il momento di massimo avvicinamento alla scena kraut-rock.

Dopo i problemi con l'etichetta Island che lo taglia fuori dalla scena, è grazie alla Ma-Gog che Cope riesce a produrre due album di pura improvvisazione psichedelico-elettronica, come Rite (1993) e Queen Elizabeth (1994). Due progetti che si articolano su lunghe jam ispirate alla musica cosmica, come "In Search Of Ancient Astronomies"; una sorta di emulazione krautiana in chiave new wave.

Sempre nel 1993 esce The Skellington Chronicles, fusione tra Skellington1 e Skellington2, che prosegue la serie dei bozzetti sonori del 1990. In ottobre è la volta di Floored Genius, una raccolta per la Bbc dei venti migliori pezzi realizzati tra il 1979 e il 1991.

L'attaccamento alla Germania è momentaneamente messo in disparte e il nuovo contratto con la Echo porta Cope a concludere la trilogia ambientale con Autogeddon (1994). Il disco sembra ricollegarsi alla traccia di Peggy Suicide che in precedenza pareva essersi persa. Gli attacchi di Cope si fanno sempre più duri; ci si divincola in un misto di blues ("Madamax"), folk acido ("Paranormal In The West Country") e space rock ("Ain't But The One Way" o la conclusiva "Starcar", probabilmente la più rappresentativa del disco).

Nel 1995 esce 20 Mothers, con venti donne in copertina, un album sotto tono rispetto ai canoni standard di Julian Cope, senza alcun picco memorabile ma tutto sommato discreto. E' il classico disco pop, synth-pop con influenze psichedeliche, sospinto dal buon successo commerciale di "Try Try Try".

Le cose cambiano sostanzialmente l'anno seguente con Interpreter. Un disco meno accessibile rispetto al precedente, legato alle tematiche spaziali e cosmiche a cominciare dalla copertina, proseguendo con la prima traccia, nella quale Cope afferma di essere un marziano, "I Come From Another Planet, Baby". Con l'aiuto di Thighpaulsandra, Tim Lewis, polistrumentista dedito alla sperimentazione sonora, Cope si addentra nelle traiettorie dello space-rock, dapprima in una parodia scherzosa dei Cosmick Jokers con "Planetary sit-in", poi dedicargli nell'eccentrica "Spacerock With Me", con una voce lirica femminile che si libra su un suono cosmico. Uno dei suoi dischi migliori che sembra nascere da una nuova giovinezza del nostro.

Da qui in poi, l'eclettismo di Cope prenderà ancor più spessore all'interno della sua carriera musicale e i suoi lavori, azzardati, come la continuazione di "Queen Elizabeth", ossia QE - Elizabeth Vagina, assieme al disco dello stesso anno (1997) Rite2, daranno nuovamente sfogo alla sua interminabile voglia di scovare nuovi suoni, assemblarli, farli rendere al massimo.

Ancor più particolare rimane Odin del 1999, che potrebbe benissimo essere accostato a quell'"Aumgn" presente in " Tago Mago " dei Can, con una durata di settantatre minuti. Un disco messianico, piuttosto indecifrabile, probabilmente l'estrema esagerazione dell'ambient, ma d'altra parte in fatto di esagerazioni Cope non fu mai secondo a nessuno. La sua ultima esperienza (per ora) sarà quella con i Brian Donor, ma questa è altra storia.

© Freakoutmusic

*****


Il periodo tra gli anni 2000 e 2005 è risultato cruciale per Cope: la creazione di un'etichetta personale (lusso possibile dopo un fruttoso contratto come autore di libri di archeologia per Harper Collins) e di annesso sito (www.headheritage.co.uk), snodo di tutte le attività musicali e culturali dello "sciamano", ha unificato sotto un ombrello comune tutte le passioni recenti e no di Julian. La ricerca sulle civiltà preistoriche, dopo l'enorme successo di "The Modern Antiquarian", lo ha portato alla realizzazione di un secondo volume di studi dedicato all'Europa, "The Megalithic European".


I progetti estemporanei hanno visto una tappa fondamentale in "Rite Now", proseguimento delle precendenti suite ambient-kraut, stavolta inzuppato di maratone funk a base di wha-wha e ritmiche pulsanti. Il progetto "Brain Donor", invece, è stato tra il 1999 e il 2003 la palestra musicale in cui sviluppare un'idea tutta particolare di rock odinistico/sciamanico: un power-trio impegnato nel recupero di molti dei cliché dell'hard-rock anni 70 (dagli Stooges agli Hawkwind e compagnia bella), accompagnato a testi che parlano di paganesimo o di "love, peace and fuck".


Sempre attraverso le proprie rubriche e recensioni su "Head Heritage", Cope ha iniziato anche una vera e propria opera di divulgazione di tutto il rock 'nascosto' e sconosciuto, dagli anni 60 a oggi, spesso facendo da sponsor a formazioni quali Vibracathedral Orchestra, Sunn O))), Comets on Fire, Sunburned Hand Of The Man, e altri alfieri della psichedelia e del free-rock moderno. Consacrazione di questa attività è stato, alla fine del 2003, il festival "Rome Wasn't Burned in a Day" in cui molti dei gruppi sopracitati si sono esibiti, a Londra, assieme a Cope. Con lo stesso titolo del festival, Julian ha pubblicato anche un album, il primo compiutamente "rock" dai tempi di "Interpreter" e splendida summa di tutti i fermenti che lo hanno agitato dalla metà degli anni 90 in poi, dalla psichedelia vintage al proto-punk più violento, fino alle jam funk-rock.

La stessa direzione, ma con influenze più "classiche" ha il suo esito più maturo con Citizen Cain'd (2005). Un album doppio (anche se 71 minuti di musica su un cd ci stanno comodamente). In ossequio alle leggi non scritte delle scalette rock, ognuna delle due facciate si chiude con un pezzo da una decina (e più) di minuti.
Parte tranquillo, senza scossa ("Hell is Wicked"), e poi si trasforma in Iggy: "Can't Hardly Stand It" e "Dying To Meet You" suonano come un lascito Pop/Williamson riscoperto chissà dove; "Living In The Room…" è "Gimme Danger" con un altro testo (e che testo!); "Gimme Head" rallenta ma chiude con evoluzioni gibsoniane che nemmeno Angus Young o il già citato Williamson. Chiude "I Will Be Absorbed", lenta e blues/southern/mistica, quindici minuti che sono l'Abc della ballata applicato al presente pagano e misticheggiante di Cope.
Giocati tutti i pesi massimi, Julian fa un passo indietro e inizia il lato 2 con una decina di minuti di ballatona-da-due-accordi alla Neil Young, "Feels Like A Crying Shame", che, pur restando l'episodio meno convincente dell'album, introduce bene alla prima metà della seconda facciata, in cui è l'idioma musicale younghiano, appunto (epoca "Time Fades Away"-"On The Beach") a fare da riferimento per la metamorfosi vocale-strumentale del Nostro, infarcendo di linee vocali sovracute e di schitarramenti simil-pedal-steel due altri macigni come "World War Pigs" e "Hopeless Strangers".
Infine, ecco il "vecchio" Cope psichedelico e visionario: un anticipo in "Stomping Dionysus", l'apparizione in "The Living Dead" e "Edge of Death", due brani quasi privi di sezione ritmica, la cui tensione è tutta giocata sul dialogo tra una voce che canta e declama e le chitarre.
Cope e la sua band sono ormai padroni della lingua del "classic rock", e il semplice fatto che la sappiano utilizzare con una freschezza e un'energia tutt'altro che da passatisti testimonia della qualità della loro opera.

Il 2005 vede poi la pubblicazione di un secondo album doppio (diviso in due "lati" più che in due dischi: sette brani sul side A, uno solo, lunghissimo, sul B), Dark Orgasm: un vero delirio sempre e comunque sopra le righe, che se dal punto di vista dei testi e dell'immaginario imbocca alla grande il binario paganista e anticlericale (anzi, antireligioso tout court), musicalmente si propone come un esercizio di stile hard-rock - le canzoni e i ritornelli non mancano, ma a dominare è l'estetica musicale del power trio chitarra-basso-batteria, che pesca a piene mani tanto dai proverbiali MC5 quanto da fonti un po' più ambigue (Grand Funk, Montrose, Sir Lord Baltimore). Tra acrobazie chitarristiche, riff pentatonici e hard pop con esplosioni in sottofondo, Cope e soci portano a casa una dichiarazione estrema che se a qualcuno piacerà nella sua attitudine bizzarra e naif (oltre che formalmente impeccabile), a molti fan del Julian più classicamente psichedelico farà storcere il naso.

Lo stesso power trio all'opera in Dark Orgasm (Cope assieme al batterista Mr.E e al fedele chitarrista Doggen) nel 2006 si ri-traveste da Brain Donor nel 2006, e completa il viaggio di Cope nel mondo delle sonorità hard, con un disco, Drain'd Boner, smaccatamente doom-metal, quasi tutto strumentale, coraggioso negli intenti ma complessivamente non riuscitissimo - come omaggio a un universo musicale di cui Cope si è fatto alfiere dalla metà degli anni 2000 funziona, come disco è tutt'altro che originale.
Sempre del 2006 è l'atto conclusivo della tetralogia di iniziata con Rite: si intitola Rite Bastard e contiene le ultime "maratone funk meditative" della serie.

E dopo un viaggio così lungo ai confini della musica rock, un accenno di ritorno a casa: You Gotta Problem With Me, edito nel 2007, è l'ennesimo doppio album. Il metal resta a distanza di sicurezza, così come il glam-hard di Dark Orgasm; torna un approccio più disordinato e disomogeneo alla materia musicale, sul panorama si riaffacciano bozzetti acustici e psico-elettrici degni dei tempi andati, ma anche episodi inconcludenti viziati forse dall'assenza di una "visione" concentrata solo sull'album (ormai all'attività di musicista Cope associa in pianta stabile quella di scrittore; il 2007 vede la pubblicazione di "Japrocksampler", gemello ideale e nipponofilo del "Krautrocksampler" dedicato nel 1995 al rock tedesco), e approfondite indagini in vista di nuovi testi archeologici).
You Gotta Problem è forse la prova discografica più debole del Cope recente, ma lascia intravedere un futuro ancora radioso - a patto che tanta esuberanza da cinquantenne illuminato venga incanalata con maggior costrutto.

Cope intanto si definisce Arcidruido, scrive un libro sui megaliti e non perde occasione di attaccare le religioni monoteiste attraverso i suoi dischi. Con lui, si tratta di una questione di prendere o lasciare. Come con Black Sheep (2008), dove si fa ritrarre nel booklet attorniato da brutti ceffi che manco tamarri come i peggiori Motorhead, in pose a dir poco imbarazzanti.
Uscito in doppio cd, anche se uno sarebbe bastato, è un disco che ripropone pregi e difetti della sua ultima produzione. Le undici canzoni girano attorno al tema dell’unicità dell’individuo, contrapposta alla massa e alle sue forme d’organizzazione. Molto meno rumoroso e hard del passato recente, l'album è quasi interamente composto da una serie di ballate che all’elettricità preferiscono le chitarre acustiche e un largo dispendio di tastiere. Il difetto maggiore sta in una produzione confusa e spesso datata, con qualche scivolamento nelle sonorità del prog più deteriore (e minore) e nell’utilizzo di effettacci e suoni di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.
Alla fine, l’ago della bilancia pende dalla parte del più, e il disco si fa ascoltare con piacere, a partire da una rockata "Come The Revolution", passando per la folkeggiante "These Things I Know", per le lambiccate atmosfere britanniche di "Blood Sacrifice", per i goticismi dark di "The Shipwreck Of St. Paul".
Il secondo dischetto si apre con l’appeal pop dell’elettroacustica "All The Blowing-Themselves-Up Motherfuckers", per poi proseguire con un irresistibile brano loureediano intitolato "Feed My Rock’n’Roll" (che sfocia in una coda noise), con una stupenda e gentile folk-song come "The Black Sheep’s Song" e con la lunghissima e affascinante reiterazione di "I Can Remember This Life".
Non sempre le ciambelle gli riescono col buco, ma questa volta, nonostante tutto, il sapore non è male. 

(a cura di Luca Fusari, contributi di Lino Brunetti)

Julian Cope - Teardrop Explodes

Il cantastorie apocalittico

di Alessandro Bianchi

Dalla militanza nei Teardrop Explodes alla folgorante carriera solista, il gallese Julian Cope si è rivelato uno dei cantautori più dirompenti e sciamanici del rock britannico, oltre che critico musicale sopraffino . Ecco l'intervista che ci ha rilasciato in esclusiva, seguita da un ampia panoramica sulla sua carriera
Julian Cope - Teardrop Explodes
Discografia
 TEARDROP EXPLODES

 

  

 

Kilimanjaro (Fontana, 1980)

 

 Wilder (Mercury, 1981)

 

 Everybody Wants To Shag The Teardrop Exploded (Fontana, 1990)

 

 Piano (Document, 1991)

 

 BBC Radio 1 Live In Concert (Windsong, 1993)

 

  

 

 JULIAN COPE

 

  

 

World Shut Your Mouth (Mercury, 1984)

 

Fried (Mercury, 1984)

 

 Saint Julian (Island, 1987)

 

 My Nation Undeground (Island, 1988)

 

 Skellington (CopeCo/Zippo, 1989)

 

 Droolian (MoFoCo/Zippo, 1990)

 

Peggy Suicide (Island, 1991)

 

 Jehovahkill (Island, 1992)

 

 Autogeddon (American, 1994)

 

 Queen Elizabeth (1994)

 

 20 Mothers (Echo, 1995)

 

 Interpreter (Coocking Vinyl, 1997)

 

 Rite 2 (Head Heritage, 1997)

 

 Queen Elizabeth 2 - Elizabeth Vagina (1997)

 

 The Collection (Universal/Spectrum, 2002)

 

Citizen Cain'd (Head Heritage, 2005)

 

 Dark Orgasm (Head Heritage, 2005)

 

 Rite Bastard (Head Heritage, 2006)

 

 You Gotta Problem With Me (Head Heritage, 2007)

 

 Black Sheep (Head Heritage, 2008) 
   
 BRAIN DONOR

 

  

 

 Love, Peace & Fuck (Impressario, 2001)

 

 Too Freud to Rock'n'Roll, Too Jung to Die (Brain Donor Records, 2003)

 

 Drain'd Boner (Invada, 2006)

 

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