Foo Fighters -

Foo Fighters - Le rockstar della porta accanto

Infallibile macchina commerciale condotta con mano ferma da Dave Grohl, i Foo Fighters hanno definito un guitar rock energico e contagioso, ricco di appeal melodico persino nei brani hardcore-punk più intransigenti, sempre in bilico fra goliardia e l'ambizione di raccogliere l'ingombrante eredità dei Nirvana

di Claudio Lancia

Dedicato alla memoria di Kurt Cobain e Taylor Hawkins

Scream, Nirvana, l’esperimento di una one-man-band: le avventure del giovane Grohl

Tutto inizia nel 1990, quando una delle band hardcore-punk più apprezzate nel circuito underground di Washington D.C., gli Scream, decidono di sciogliersi. Il loro batterista, un ancora ventunenne Dave Grohl, viene reclutato con invidiabile tempismo dai Nirvana, che all’epoca avevano inciso soltanto l’esordio “Bleach” ed erano ancora patrimonio di pochi assidui appassionati frequentatori del circuito indipendente. Durante la militanza in quella che diventerà la formazione più importante della scena grunge di Seattle, Grohl spesso si ritrova a strimpellare con la chitarra insieme a Kurt Cobain, in sala prove oppure in camerino prima dell’inizio di un concerto, e inizia a scrivere qualche canzone, ma è ancora troppo timido per proporle in maniera autorevole al resto del gruppo. Tranne una, “Marigold”, che diventerà la b-side del singolo “Heart-Shaped Box”. Nel 1992 Grohl diffonde persino una musicassetta, Pocketwatch, sotto lo pseudonimo “Late!”, che passa però completamente inosservata.

Il carattere socievole di Grohl gli consente di crearsi una fitta rete di amici e conoscenti nel circuito alternative rock americano, e le sue indiscutibili qualità di musicista lo fanno essere molto apprezzato, elementi che gli torneranno utili in futuro. Ma al momento della morte di Kurt Cobain, avvenuta il 5 aprile del 1994, in pochi hanno la lungimiranza di prevedere per questo talentuoso batterista un brillante percorso come frontman e chitarrista di una delle più grandi rock band del pianeta, i Foo Fighters, un’infallibile macchina commerciale protagonista di un guitar rock energico, contagioso e mai privo di un distinguibile appeal melodico, persino nei brani hardcore-punk più intransigenti. Partiti come cult band, quasi una specie di timido esperimento, nello spazio di pochi anni diventeranno un colosso del mainstream mondiale, costantemente in bilico fra beffarda goliardia e l’ambizione di poter raccogliere l’ingombrante eredità dei Nirvana.

Nell’ottobre del 1994, sei mesi dopo il suicidio di Cobain, Dave Grohl intraprende le registrazioni di alcuni brani che aveva da parte, accompagnato soltanto dal produttore Barrett Jones. Il disco che ne uscirà è intitolato come il provvisorio nome del progetto, Foo Fighters, mutuato dalla denominazione assegnata dall’aviazione americana durante la Seconda Guerra Mondiale a dei bizzarri fenomeni di luce avvistati nel cielo, riconducibili a strani oggetti non identificati, quelli che di solito vengono chiamati UFO. In studio Grohl canta tutte le parti vocali e suona tutti gli strumenti, tranne alcuni passaggi di chitarra in “X-Static”, registrati da Greg Dulli degli Afghan Whigs. Desta impressione scoprire per la prima volta le doti di leadership di Dave, e rilevare quanto il suo stile di scrittura sia così vicino a quello di Cobain, tanto da poter immaginare un suo contributo al songwriting dei Nirvana ben superiore a quello ufficializzato.

Grohl, che ha solide radici nella scena hardcore-punk e post-hardcore, dimostra di aver assorbito bene tutto quello che poteva dall’amico Kurt, tanto che brani come “Alone + Easy Target”, “Weenie Beenie” e “Wattershed” si presentano con impressi i tratti del Nirvana sound, puro grunge fino nel midollo (anche se il grunge di fatto è già defunto). A tratti si intravede, per il momento ancora in controluce, qualche deviazione verso una modalità meno cruda, meno violenta, più rassicurante, oserei quasi dire radiofonica, come nel caso di “Big Me” (divertente il videoclip nel quale viene preso per i fondelli uno spot pubblicitario delle caramelle “Mentos”, trasformate per l’occasione in “Footos”) e “Oh, George”. Ma sono i pezzi più tirati a caratterizzare l’atmosfera generale, come “This Is A Call”, “I’ll Stick Around” e “Good Grief”. L’intensa ballad elettrica “Exhausted” provvede a chiudere in maniera imponente il primo album dei Foo Fighters, versione one-man-band, registrato nello spazio di una settimana e pubblicato nell’estate del 1995, il lavoro che rivela al mondo tanti aspetti della personalità artistica di Dave Grohl rimasti fino a quel momento oscurati dalla gigantesca figura di Cobain.

Le rockstar della porta accanto

A questo punto Dave Grohl ha la necessità di reclutare alcuni musicisti, in modo da poter suonare le nuove canzoni dal vivo e trasformare la ragione sociale Foo Fighters nel nome identificativo di una vera band. L’idea di intraprendere la nuova avventura con accanto Krist Novoselic, ex compagno nei Nirvana, viene presto abbandonata, per evitare confronti fuori luogo con un passato troppo ingombrante. La scelta dei componenti della band cade quindi su Nate Mendel e William Goldsmith (basso e batteria nella formazione emo Sunny Day Real Estate, momentaneamente ferma ai box per una pausa di riflessione) e su Pat Smear, storico ex chitarrista dei Germs, già nell’ultima incarnazione dei Nirvana, quella che registrò il celebre “MTV Unplugged”. Il tour promozionale a supporto dell’esordio li porta in giro per tutto il mondo, suscitando l’attenzione, anche da parte del mondo del cinema: nel 1996 il gruppo realizza per la colonna sonora della serie Tv “X Files” una cover di “Down In The Park” di Gary Numan.

Rinvigoriti dalla popolarità in costante crescita, nella primavera del 1996 i Foo Fighters si mettono tutti insieme al lavoro su un nuovo album, The Color And The Shape, ma William Goldsmith abbandona anzitempo la partita a seguito di incomprensioni con Grohl, che – insoddisfatto delle prime take – decide di risuonare numerose parti del batterista, suscitandone la reazione contrariata. Sarà quindi lo stesso Grohl a sedersi dietro la batteria in quasi tutte le canzoni del disco. La produzione di Gil Norton, (già collaboratore di PixiesCounting Crows e Patti Smith) contribuisce a conferire un netto cambio di direzione, volto a lasciare sullo sfondo le radici post-grunge del disco precedente per puntare con maggior decisione verso un sound più rotondo, in grado di ampliare la platea. L’obiettivo di Grohl è probabilmente quello di sdoganarsi dall’ombra dei Nirvana, evitando di replicarne il suono all’infinito, per elaborare una proposta più personale. La cattiveria resta, specie dentro tracce come “Enough Space”, o nel breve incipit noise di “My Poor Brain”, ma ammorbidita, spogliata di tutto il malessere che fuoriusciva dal songwriting di Cobain.

La sintesi del nuovo Dave Grohl è ben riassunta nei brani che resteranno maggiormente impressi nell’immaginario collettivo, e qui ne troviamo diversi, in particolare “Monkey Wrench”, “My Hero” ed “Everlong”, nei quali i Foo Fighters iniziano a spingersi in maniera decisa verso territori classic rock, che trasformeranno gradualmente il gruppo da culto alternative-rock in uno dei più grandi fenomeni mainstream del pianeta. Nelle tracce di The Colour And The Shape viene impresso un suono “chitarroso” ma a tratti piuttosto levigato (“Walking After You”, “February Stars”), studiato per far breccia su una platea meno legata ai vigorosi assalti del rock anni Novanta. Dopo la sfuriata ancora in odore dei Nirvana dell’album precedente, The Colour And The Shape è il lavoro che per primo definisce il suono e lo stile dei Foo Fighters, che col tempo diventerà riconoscibilissimo, un vero e proprio trademark. Alcuni fan integralisti dei Nirvana preferiranno prenderne le distanze, ma saranno tantissimi i nuovi adepti pronti ad abbracciare ed apprezzare il nuovo percorso musicale impresso da Grohl.

The Colour And The Shape viene pubblicato nel Maggio del 1997 e riscuote un successo straordinario: il disco a oggi ha venduto quasi due milioni e mezzo di copie nei soli Stati Uniti (dove resta il loro lavoro più venduto di sempre, pur non avendo mai oltrepassato la posizione numero 10 della chart di Billboard) e quasi settecentomila copie nel Regno Unito. Con i loro video spassosi, le melodie catchy e l’appeal di Grohl, i Foo Fighters diventano rapidamente le “rockstar della porta accanto”, guadagnandosi un consistente zoccolo duro di ammiratori, anche tra i giovanissimi. Ma la band è subito soggetta a una serie di rimescolamenti nella line up. Pat Smear abbandona la band, ufficialmente a causa della stanchezza accumulata in tour, in realtà perché prende le parti di Jennifer Youngblood, la prima moglie di Grohl, dalla quale il batterista si sta separando.

Al posto di Smear viene reclutato Franz Stahl, che suonava anni prima con Dave Grohl negli Scream. Un nuovo ingresso anche alla batteria, dove viene reclutato colui che diventerà un pilastro dei Foo Fighters, il biondissimo Taylor Hawkins, già convincente batterista di Alanis Morissette. Prosegue intanto il corteggiamento di Hollywood nei confronti del gruppo: nel corso del 1997 i Foo Fighters realizzano diverse canzoni per alcuni dei blockbuster dell’anno: la ninna nanna “Dear Lover” per la colonna sonora di “Scream 2”, una nuova versione di “Walking After You” per il film “X Files” e l’ambiziosa “A320” per “Godzilla”.

La permanenza di Franz Stahl nella band si rivelerà però molto breve: Il chitarrista viene presto estromesso dal gruppo per “problemi di compatibilità”. Il successivo album There Is Nothing Left To Lose viene quindi registrato dai soli Grohl, Mendel e Hawkins, con Grohl che si occupa personalmente di tutte le chitarre. Realizzato con il produttore Adam Kasper, il terzo lavoro del gruppo mostra una prima parte più convincente, che si apre con la possente “Stacked Actors”, canzone che scatena le ire di Courtney Love, la vedova di Cobain, dopo essersi rispecchiata nel testo, indirizzato alla falsità delle rockstar tutte look e zero contenuti. Formalmente impeccabile, There Is Nothing Left To Lose rispetto al predecessore si apre ancor più verso suoni rassicuranti (“Gimme Stitches”, “Generator”, “Headwires”) che in alcuni casi divengono nuove importanti hit. E’ il caso di “Learn To Fly”, grazie alla quale i Foo Fighters raggiungono per la prima volta la vetta della chart di vendita dei singoli negli Stati Uniti.

Le undici tracce di There Is Nothing Left To Lose contribuiscono ad accelerare la trasformazione della band in un colosso stadium rock in grado di piacere a tutti (basti ascoltare “Breakout”, poi inserita nella colonna sonora del film “Io, me & Irene”, con Jim Carrey), ammiccante al punto giusto, anche a costo a tratti di annoiare (“Aurora”). La seconda metà del disco tende a posizionarsi su una modalità più commerciale, con qualche frangente più banale e trascurabile. Il pubblico lo percepisce e le vendite negli Stati Uniti flettono, attestandosi intorno al milione di copie. There Is Nothing Left Lo Lose si porta però a casa i primi due Grammy Awards dei Foo Fighters: “Best Rock Album” e “Best Music Video”, per il videoclip di “Learn To Fly”. Taylor Hawkins presenta al pubblico il proprio biglietto da vista, prodigandosi in tecnici passaggi di batteria, e il gruppo appare compatto e unito, tanto che per la prima volta un album dei Foo Fighters è firmato da tutta la band. Al termine delle registrazioni viene scelto il nuovo chitarrista, che andrà in tour per promuovere il disco, si tratta di Chris Shiflett.

Da cult band del circuito alternativo a giganti del mainstream rock

Intorno al 2001 i Foo Fighters stringono un legame forte con i Queen, di cui sono grandi fan. Nel marzo di quell’anno, Grohl e Hawkins pronunciano il discorso di insediamento della formazione inglese nella Rock’n’Roll Hall of Fame e si uniscono al gruppo per eseguire il classico del 1976 “Tie Your Mother Down”, con Hawkins alla batteria al fianco di Roger Taylor.

Il chitarrista Brian May registrerà poi una parte di chitarra per la cover dei Foo Fighters del brano “Have a Cigar” dei Pink Floyd, inclusa nella colonna sonora del film “Mission: Impossible 2”. Da allora, i Foo Fighters e i Queen si sono esibiti insieme in diverse occasioni.

Il completamento del quarto album dei Foo Fighters, One By One, poi pubblicato nell’ottobre del 2002, viene più volte rinviato per due cause: il ricovero forzato di Taylor Hawkins in seguito a una overdose da alcol e antidolorifici (Grohl, che non vuole cambiare di nuovo batterista, pretende la presenza di Hawkins ed è disposto ad aspettare tutto il tempo necessario affinché l’amico si riprenda) e l’esigenza di ri-registrare tutto il materiale, dopo che una prima versione è stata giudicata debole e “artificiosa”. Come produttore viene scelto Nick Raskulinecz.

Nel tempo libero che ne scaturisce, Grohl suona la batteria in maniera straordinaria nell’album dei Queens Of The Stone Age Songs For The Deaf, uno dei dischi rock di riferimento dell’intero decennio, esperienza che – come vedremo – influenzerà in maniera determinante la scrittura delle successive canzoni dei Foo Fighters. Quando i Foos, con l’aggiunta del nuovo chitarrista Chris Shiflett, sono pronti a tornare in studio, producono come primo atto il singolo “The One”, incluso nella colonna sonora del film “Orange County”, anteprima di quella che si preannuncia come una nuova fase nella carriera della band. Il “gruppo della porta accanto”, i simpatici e goliardici protagonisti di video come “Learn To Fly” e “Monkey Wrench”, sono diventati un team di musicisti maturi e aggressivi, che con One By One vuole dimostrare a tutti, pubblico e critica, di non essere la copia sbiadita dei Nirvana.

L’esperienza maturata nei Queens Of the Stone Age (con i quali Grohl è stato anche in tour) influenza senz’altro la scrittura del nuovo materiale, in particolare delle tre canzoni che aprono l’album: “Low”, l’iniziale “All My Life” (il singolo portante) e “Have It All”, brani tesi e violenti, come oramai nessuno si aspettava più da Grohl e compagni. Non male anche una traccia canonicamente Foo Fighters come “Times Like These”, così come la struggente “Tired Of You”, nella quale compare Brian May alla chitarra. Ma l’album di fatto si chiude qui, svelando una seconda metà tutt’altro che imprescindibile, nonostante desti impressione il livello tecnico espresso dai quattro musicisti coinvolti.

Pur se accolto da critiche contrastanti,specie riguardo la lunghezza dell’album (ben quindici canzoni, con almeno un paio di riempitivi che potevano essere sforbiciati), la produzione di Raskulinecz conferisce al sound del gruppo un mood più sporco e convincente rispetto a “There Is Nothing Left To Lose”, e One By One si impone come un nuovo successo: circa un milione di copie vendute negli Stati Uniti (risultato stazionario rispetto al disco precedente) e quasi novecentomila nel Regno Unito. Ai Grammy Award si aggiudica due premi, nelle categorie “Best Rock album” (secondo trionfo consecutivo per i Foos) e “Best Hard Rock Performance” (per “All My Life”). Un nuovo tour mondiale si rivela per il gruppo l’occasione perfetta per maturare ulteriormente: grazie all’ingresso in pianta stabile di Shiflett, i Foo Fighters sono finalmente una band completa, intenzionata a incidere un altro album degno di essere ricordato.

Se One By One poteva apparire un lavoro prolisso, il disco successivo rompe definitivamente qualsiasi argine contenitivo, presentando ben venti canzoni per un’ora e ventitré minuti di musica. La genesi di In Your Honor inizia quando Grohl decide di elaborare del materiale acustico da utilizzare per un ipotetico progetto parallelo. In realtà le nuove bozze verranno poi completate insieme al resto del gruppo per poi confluire dentro un doppio album, composto da una prima parte elettrica e da una seconda parte acustica. Prodotto di nuovo da Nick Raskulinecz, il disco viene pubblicato nel giugno del 2005, e risulterà essere il più ambizioso dei Foo Fighters, quello nel quale – pur se con qualche lungaggine di troppo – la band mostra il più ampio ventaglio stilistico del proprio songwriting.

La prima parte della tracklist, quella elettrica, mette in fila dieci potenti e dinamici nuovi inni da stadio, supportati da ritornelli azzeccatissimi, che si slanciano senza troppi compromessi verso lo stoner: “In Your Honor”, “Hell” e “Free Me” si impongono fra i frangenti più riusciti. Non manca una nuova hit mondiale: “Best Of You”. La seconda parte, quella acustica, desta impressione per via delle tante sfumature ricercate. Numerosi gli ospiti: John Paul Jones dei Led Zeppelin suona il piano in “Miracle” e il mandolino in “Another Round”, Petra Haden il violino in “Miracle”, la bossa nova jazzata “Virginia Moon” è cantata in duetto con Norah Jones, la psych-folk “Razor” vede alla chitarra Josh Homme dei Queens Of The Stone Age. “Cold Day In The Sun”, col suo motivetto pop degno dei Beatles, è cantata da Taylor Hawkins, che si scambia i ruoli con Grohl. Menzione speciale per “Friend Of A Friend”, che ricorda la sofferenza unplugged degli ultimi Nirvana, e venne scritta da Grohl nel 1990 (una prima versione era contenuta in Pocketwatch), appena entrato nel gruppo di Kurt Cobain, ritraendo le prime impressioni sui nuovi compagni di band. Questa volta la critica internazionale plaude all’unanimità, riconoscendo ai Foo Fighters la raggiunta maturità artistica, anche se una più severa selezione dei brani avrebbe reso il lavoro ancor più efficace.

Il successivo Echoes, Silence, Patience & Grace (settembre 2007) è invece un disco di FM rock abbastanza innocuo, costruito per puntare facile alla vetta delle chart. I Foo Fighters hanno oramai mestiere da vendere e un paio di buone canzoni le piazzano anche stavolta (il singolo “The Pretender”, la convincente “Long Road To Ruin”, l’avvolgente “…Stranger Things Have Happen…”) concedendosi anche qualche deriva inedita, come avviene in occasione del folk acustico impresso nella breve “Ballad Of The Beaconsfield Miners”, influenzata dai Led Zeppelin del terzo album. Gli episodi meno riusciti si concentrano nella parte finale dell’album, dove tracce come “Statues” e “Home” (Grohl si improvvisa crooner, suonando il pianoforte e introducendo arrangiamenti orchestrali) si dimostrano oggettivamente un filino sotto gli standard abituali della band americana.

Ma i Foo Fighters possono oramai contare su un seguito consolidato, e Dave Grohl è il musicista di talento dal glorioso passato (nessuno dimentica mai i suoi trascorsi nei Nirvana, fra le band più amate e influenti di sempre) a cui tutti vogliono bene. E allora ecco che Echoes, Silence, Patience & Grace si porta a casa altri due Grammy Awards, nelle categorie “Best Rock Album” (terza affermazione) e “Best Hard Rock Performance”, grazie a “The Pretender”.

Lo spirito di una garage band pur giocando nel campionato dei più grandi

Dopo la felice parentesi con i Them Crooked Vultures (un album pubblicato a fine 2009, con John Paul Jones al basso e Josh Homme alla chitarra), Grohl rientra in studio per dare forma a un nuovo capitolo dei Foo Fighters. Decide di incidere nel proprio garage, accoglie nella line up il rientrante Pat Smears, chiama in cabina di regia Butch Vig (il produttore di “Nevermind“) e invita il bassista dei Nirvana Krist Novoselic a suonare nel brano “I Should Have Known”. Ad aprile 2011 viene pubblicato Wasting Light, quanto di più vicino allo stoner i Foo Fighters abbiano mai inciso, un disco di devastante potenza fin dalle prime note: “Bridge Burning” è Queens Of The Stone Age allo stato puro, adrenalina che entra dritta nel sangue e nelle ossa. La successiva “Rope” (scelta come primo singolo) è una sorta di math-rock semplificato, arricchito da una serie di controtempi spaventosi e da un innato gusto per la melodia sprigionato dal ritornello. “Dear Rosemary” è un bel duetto con Bob Mould degli Husker Du. Poi arriva il proiettile “White Limo”: una delle canzoni più aggressive dell’intero repertorio dei Foo Fighters. E dopo una sequenza di anthem studiati per le grandi arene (fra i quali spicca “Back & Forth”) i fuochi d’artificio finali prendono le sembianze del catartico power rock di “Walk”: una di quelle canzoni in grado di farti sentire come un ragazzo al centro del mondo, destinata a restare fra le migliori mai incise dai Foos.
Wasting Light è un disco di una potenza entusiasmante, che riporta i Foo Fighters ai fasti degli esordi, ma senza mai prendersi troppo sul serio, evitando di interpretare il ruolo delle rockstar disadattate, con l’autoironia che da sempre li contraddistingue. Basti dare un’occhiata (come al solito) ai videoclip promozionali, fra i quali spicca quello di “White Limo”, con Lemmy (sì, proprio lui) nelle vesti di simpatico chauffeur pronto a scarrozzare in limousine la band per le vie di Los Angeles. E’ un momento d’oro per la band: Wasting Light debutta al numero 1 della chart di Billboard, mai accaduto prima a Grohl & soci, e quasi tutte le tappe del tour mondiale registrano presenze record. Ed è un nuovo diluvio di riconoscimenti, fra i quali spiccano ben quattro Grammy Awards: “Best Rock Album”, “Best Hard Rock Performance” (per “White Limo”), “Best Rock Performance” e “Best Rock Song” (entrambi per “Walk”). Questa volta è un vero plebiscito, per quello che viene riconosciuto fra i due o tre migliori album in assoluto dei Foo Fighters.

Ad aprile 2011 esce il film-documentario Back & Forth (premiato anche lui con un Grammy), che racconta la travagliata storia della band, dalla morte di Cobain ai cambiamenti di formazione, fino alla registrazione di Wasting Light, che sancisce una sorta di ritrovato equilibrio per tutti i componenti del gruppo. Cento minuti appassionanti ricchi di filmati di repertorio inediti e interviste, per la regia del Premio Oscar James Moll.

Ad aprile dello stesso anno, in occasione del Record Store Day, viene pubblicata la raccolta Medium Rare, che include quasi tutte le cover registrate dai Foo Fighters dal 1995. Zombies, Gary Numan, Prince, Pink Floyd, Ramones e Cream sono alcuni degli artisti omaggiati in questa compilation, che mostra l’eclettismo e la varietà di influenze musicali presenti nella musica dei Foos.

Il 10 novembre 2014 ecco l’ottavo album dei Foo Fighters: Sonic Highways, associato a una mini serie televisiva di otto puntate diretta dallo stesso Grohl, ognuna delle quali narra la genesi di ogni singola traccia del disco. Otto canzoni, per otto grandi città degli Stati Uniti, per otto documentari, per otto ospiti, per l’ottavo album dei Foo Fighters, sviluppato percorrendo in lungo e in largo le autostrade soniche degli USA, con in copertina l’immagine di una metropoli di fantasia, concepita assemblando alcuni simboli dell’architettura americana, dallo Space Needle alla Statua della Libertà. Quello che troviamo dentro Sonic Highways non è però esattamente il meglio del repertorio dei Foo Fighters: tutto è scritto e suonato alla perfezione, ma tutto appare eccessivamente studiato, privo di spunti davvero memorabili. Un diluvio di mainstream rock gradevole e spedito, ma quasi mai lanciato davvero a briglie sciolte, e che quasi mai assume le sembianze del frutto di una verace garage band quale i Foo Fighters vorrebbero dimostrare di essere.

Dal già sentito crescendo di “Something For Nothing” agli archi che chiudono la super ballad “I Am A River”, non c’è granché per cui vibrare, giusto qua e là i languori di “Subterranean”, dove emerge la solita spolveratina di ricordi, e le schitarrate da viaggio di “Outside”, con ospite la sei corde di Joe Walsh. Si rivelano inoffensivi tanto il power-pop di “In The Clear” e “Congregation”, quanto il rock di “The Feast And The Famine”; persino la cavalcata elettrica in due parti “What Did I Do? / God As My Witness” paga dazio più al dozzinale FM 70’s rock dei Boston che non alla scena hardcore newyorchese alla quale Grohl sognerebbe di rifarsi. Sonic Highways è un progetto con una forte idea caratterizzante e per questo sarà ricordato nel tempo, ma stavolta c’è più da discorrere del contorno che non della musica. Un disco perfetto per chi ama il rock di matrice classica, magari un tantino patinato, sufficientemente rassicurante e canticchiabile. Un po’ meno perfetto per coloro che dal rock continuano a pretendere spunti coraggiosi e trame oblique. Visto l’immane sforzo produttivo, l’imponente battage pubblicitario e le personalità coinvolte, era lecito aspettarsi qualcosa di più.

Per riabilitare Sonic Highways, e per rimpinzarne il minutaggio un po’ risicato, a novembre 2015 arriva l’Ep autoprodotto Saint Cecilia, cinque tracce che aggiungono qualità alla produzione recente del gruppo, e ne consolidano la fama di rocker riempi stadi. C’è un brano in particolare che conferisce valore a queste nuove composizioni, una botta fra capo e collo che farà leccare i baffi a tutti i nostalgici hardcore, “Saviour Breath”, una sorta di “White Limo II”. C’è una ritrovata urgenza in queste canzoni autoprodotte, registrate di getto durante una session particolarmente fruttuosa a Austin, e distribuite gratuitamente nei giorni successivi ai drammatici attentati che colpiscono Parigi, come a voler portare conforto attraverso la propria musica.
Un’urgenza che si riscontra nei riff tritatutto di “Sean” e “The Neverending Sigh”, nel classic rock molto Tom Petty di “Saint Cecilia” (un omaggio alla protettrice dei musicisti, nonché il ricordo dell’hotel dove la band ha alloggiato ad Austin), e nella raffinata ballad elettroacustica “Iron Rooster”. Pare sempre che i Foo Fighters si stiano divertendo un mondo e, al di là delle trovate perfette per far parlar di sé, confermano sul campo di essersi meritati il diritto ad accedere al grande libro delle migliori band della nostra epoca, riuscendo senza grossi sforzi a mantenere i gradi, e al contempo a contagiare le nuove generazioni, continuando ad ampliare una platea attenta e fedele.

Lo step successivo è Concrete And Gold, pubblicato il 15 settembre 2017, che vede la partecipazione di Paul McCartney alla batteria in “Sunday Rain”, brano che per quattro minuti scarsi sancisce il passaggio del microfono da Dave Grohl al drummer Taylor Hawkins. La presenza di Sir McCartney potrebbe aver influenzato anche la scrittura di “Happy Ever After (Zero Hour)”: c’è da immaginare che il baronetto possa aver concesso il nulla osta per il giochino di richiami beatlesiani nel quale si rincorrono mezze citazioni di “Blackbird”, “She Came In Through The Bathroom Window”, “Across The Universe” e “Octopus’s Garden” (magari ne scorgerete anche altre…). McCartney ospite è una gran notizia, ma dentro Concrete And Gold ci sono anche contributi (a volte quasi impercettibili) di Alison Mosshart dei Kills (in “The Sky Is A Neighborhood” o “La Dee Da”), Shawn Stockman dei Boyz II Men, del sax di Dave Koz e persino di Justin Timberlake. Fra le rotondità alt-pop di “Dirty Water” si nota invece Inara George, colei che gestisce i Bird And The Bee in comproprietà con Greg Kurstin, fresco di Grammy Award 2017 come “Best Producer”. A lui Grohl affida la produzione dell’intero album, scritto in solitudine all’indomani dell’incidente sul palco che due anni prima lo costrinse a terminare un tour seduto su un trono. A quell’evento doveva seguire un periodo di volontario stop, ma quando il batterista ha sottoposto i brani di Concrete And Gold al resto della truppa, la voglia di tornare subito in pista è stata troppo forte, anzi, la line up è stata persino allargata a sei membri, includendo in maniera ufficiale il tastierista Rami Jaffee (in passato co-fondatore dei Wallflowers insieme a Jakob Dylan), di fatto collaboratore in pianta stabile dei Foos già dal 2005.
Concrete And Gold, disco solido e molto potente nei suoni, conferma il convenzionale stile dei Foo Fighters: una sequenza di canzoni prevedibili (“Arrows”) nelle quali il simpatico Dave preferisce continuare a salutare il mondo dal proprio confortevole orticello piuttosto che provare a mischiare le carte. Ci sono però spunti interessanti, come l’iniziale “T-Shirt” che in un minuto e mezzo centrifuga soul in falsetto e FM rock, oppure come l’impatto devastante della successiva “Run”, capace di mutare continuamente scenario, passando dagli arpeggi acustici al growling, attraverso una ritmica degna dei vecchi Queens Of The Stone Age. Rispetto a “Sonic Highways” tutto sembra funzionare meglio, i chitarroni non mancano (“Make It Right”), così come il giusto livello di epicità (“The Line” è un gran pezzo, non c’è che dire) e persino il tentativo di far qualcosa di diverso, come la vaga aria pinkfloydiana conferita alla title track, dall’atmosfera psichedelica. Queste nuove undici composizioni sono più che sufficienti per lanciare di nuovo i Foo Fighters in cima alle chart internazionali di mezzo mondo e per giustificare un nuovo tour sold out. Il disco raggiunge il primo posto nelle classifiche di vendita negli Stati Uniti, in Inghilterra, Irlanda, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Olanda, Belgio, Norvegia, Austria, Svizzera e Repubblica Ceca. Concrete And Gold si afferma così come il nuovo trattato di marketing musicale scritto dalla più grande mainstream stadium rock band del globo.

Per festeggiare i venticinque anni di carriera, fra il 2019 e e il 2020 i Foo Fighters rendono disponibili, soltanto sulle piattaforme in streaming, una serie di Ep denominati Foo Files, che raccolgono b-side incise dalla band fin dai primi anni di attività e una selezione di registrazioni live. I titoli riportano l’anno di pubblicazione dei brani seguito dal numero “25”, proprio per celebrare il venticinquesimo compleanno del gruppo. La serie non include le tracce che erano state inserite nell’album di cover Medium Rare, pubblicato nel 2011.

Nel corso della loro carriera, sono state pubblicate due raccolte di grande successo dei Foo Fighters: Greatest Hits, messa in commercio nel novembre del 2009, capace di vendere oltre un milione di copie nei soli Stati Uniti, e The Essential Foo Fighters, pubblicata nell’ottobre del 2022. Nel novembre del 2006 è stato diffuso anche un live acustico, Skin And Bones, quindici tracce catturate durante tre concerti tenuti nei giorni 29, 30 e 31 agosto 2006 al Pantages Theatre di Los Angeles. Esiste anche una versione in dvd, ampliata a ventuno brani, con la regia curata da Danny Clinch, che appare sul palco per suonare l’armonica nel brano “Another Round”. Il box studiato per l’edizione britannica include anche l’esibizione (in versione elettrica) tenuta a Hyde Park, sempre nel 2006.

Anni Venti: gli insostenibili lutti non ostacolano un successo inarrestabile

Concepito appena prima della pandemia, e rimasto in stand by per l’impossibilità di promozionarlo a dovere, il 5 febbraio 2021 esce Medicine At Midnight, uno dei dischi più solari e positivi dei Foo Fighters. Grohl gestisce oramai una macchina perfetta, che non può evitare di puntare al primo posto nelle chart, ma al contempo sente il peso di dover costantemente convincere tutti di non essersi svenduto alle multinazionali. Ne deriva il perenne equilibrismo che a volte funziona, altre volte un po’ meno. In Medicine At Midnight la strada percorsa replica la formula dell’attenta alternanza fra brani intelligentemente radiofonici (“Shame Shame”) e sincere sferzate hardcore-punk (“No Son Of Mine” è la più appuntita), fra ballad melliflue (la plasticosa “Waiting On A War”, l’intrigante “Chasing Birds”, dal forte sapore seventies) e cavalcate dal prepotente tiro elettrico (la deriva simil funk “Cloudspotter”), con i cori al femminile (opera anche di Violet, la figlia di Grohl) nell’opening song “Making A Fire” che ammorbidiscono l’atmosfera.
E’ una rincorsa all’immediatezza, per compiacere al primo colpo, pur correndo il rischio di stancare altrettanto rapidamente. Ma la capacità di manovrare il formato canzone è un merito che non è possibile disconoscere a questi signori, che con “Medicine At Midnight” (la title track) mettono a segno un colpo da maestri. E’ l’unica traccia davvero inattesa, un classic rock piacevolmente retro, che richiama sia i primi Talking Heads che il Bowie periodo “Let’s Dance. Brani come questo, o come la conclusiva “Love Dies Young” (ma anche come “Holding Poison”) conferiscono al disco un taglio sbilanciato verso il “pop”, ma pop come può essere concepito dai Foo Fighters, da suonare a chitarre spianate dentro uno stadio stracolmo (sperando che presto possa tornare possibile, visto che siamo ancora in zona restrizioni causa Covid). L’album funziona, e raggiunge gli obiettivi per i quali è stato concepito, anche se – di nuovo – per ogni fan che griderà al miracolo, ce ne sarà un altro che avrebbe preferito soluzioni più avventurose. 

Il 17 luglio 2021, in occasione del Record Store Day, i Foo Fighters pubblicano a nome Dee Gees Hail Satin’, vinile in edizione limitata con sul Lato A quattro cover dei Bee Gees e una del fratello minore Andy Gibb. Sul Lato B prendono invece posto cinque tracce riprese da Medicine At Midnight, registrate live presso gli studi 606, il quartier generale della band.
Dave Grohl realizza anche un fenomenale best seller librario, confezionando la vendutissima autobiografia intitolata “The Storyteller”, nella quale si sofferma in particolare sulla parte iniziale e formativa della propria carriera, e sugli incredibili incontri che la sua professione gli ha consentito.

Nell’ottobre del 2021 la band viene introdotta nella Rock’n’Roll Hall Of Fame, al primo anno di eleggibilità. E’ la ciliegina sulla torta di una carriera densa di successi e riconoscimenti, fra i quali spiccano quindici Grammy Awards, su 34 nomination complessivamente ricevute. Per ben cinque volte la band è stata premiata nella categoria “Best Rock Album” (la più recente con Medicine At Midnight nel 2022), tre volte nella categoria “Best Rock Song” e tre volte nella categoria “Best Hard Rock Performance”, risultando di fatto la rock band più premiata di sempre nella storia dei Grammy. Ma arrivano purtroppo anche momenti molto dolorosi…   

Nel 2022 un paio di gravissimi lutti si abbattono su Dave Grohl. Anzi tutto la drammatica e improvvisa scomparsa di Taylor Hawkins, non semplicemente il batterista dei Foo Fighters, ma anche l’amico più caro del frontman, compagno di mille avventure e stravizi. Uno shock paragonabile a quello conseguente al suicidio di Kurt Cobain. L’altra nota drammatica, questa più personale, riguarda la perdita della mamma, alla quale Grohl era particolarmente legato. Dall’elaborazione dei due lutti emergono le dieci canzoni che danno vita a But Here We Are, pubblicato all’inizio di giugno 2023, nel quale Dave torna a suonare lo strumento che lo ha reso un’icona: la batteria. Per il momento Hawkins non viene infatti sostituito, se ne riparlerà nel momento in cui queste canzoni dovranno essere suonate dal vivo.
Dal vivace stadium rock testosteronico della doppietta iniziale “Rescued” / “Under You”, passando attraverso la più malinconica “Hearing Voices”, la prima parte dell’album si consuma tutta d’un fiato, nel più classico dei canovacci mainstream rock di matrice Foo Fighters. Nella seconda parte – come spesso accade con i Foos – il disco tende ad ammorbidirsi: in “Show Me How” compare la voce della figlia di Grohl, Violet, gli oltre dieci minuti della strutturata “The Teacher” sono dedicati alla memoria della mamma di Dave, mentre a “Rest” è affidato il compito del sentito congedo, un classicone che parte acustico per poi deflagrare sul finale. Nel tour alle porte dietro la batteria si accomoderà Josh Freese, appena uscito degli A Perfect Circle, un musicista esperto e affidabile, che in carriera ha suonato in oltre quattrocento album.

Your Favorite Toy, pubblicato ad aprile del 2026, è il disco più difficile portato a termine dai Foo Fighters. Si tratta dell’album numero dodici, e ha rischiato di non esistere, visto che Dave Grohl aveva annunciato l’intenzione di interrompere l’attività della band a tempo indeterminato. Naturale conseguenza di uno dei periodi più complicati per l’ex batterista dei Nirvana che, elaborato il lutto per la scomparsa dell’amico Taylor Hawkins, si è ritrovato in un momento di grande confusione, culminato in una profonda crisi familiare che lo ha catapultato sulle prime pagine dei tabloid di mezzo mondo, a seguito del pubblico annuncio di aver avuto un figlio a seguito di una relazione extraconiugale. Il risultato è un disco ben più nervoso del precedente, a tratti rabbioso, prima prova in studio con il nuovo batterista Ilan Ribin, ex Nine Inch Nails, che nel 2005 ha rimpiazzato Josh Freese. Un album che dispensa messaggi dell’autore, affogandoli fra sature schitarrate, rullate selvagge, versi urlati verso il microfono e la costruzione degli ennesimi anthem da stadio.
I Foo Fighters aiutano il proprio leader a trasformare la crisi in energia, e i risultati si notano sin dalle prima battute di “Caught In The Echo”, che insieme alla title track rappresenta uno dei momenti più riusciti di Your Favorite Toy. Gira bene anche la radiofonica “Child Actor”, così come l’hardcore-punk opportunamente levigato di “Spite Shine”. Grohl ci racconta di amici ex spacciatori di eroina in “Of All People” e prova ad affrontare i problemi personali in “Unconditional”. Canzoni veloci e fragorose, che restano però sempre saldamente all’interno della comfort zone della formazione americana, rassicurante routine di una band che troppo spesso rimane vittima della propria iconografia, del gigantismo sonoro da arena rock. Una prevedibilità che azzera qualsiasi potenziale effetto sorpresa, privando l’ascoltatore di quel brivido che soltanto l’imprevisto creativo sa regalare. Nella chart di Billboard il disco non va oltre la posizione numero 23, e non si registrano primi posti in nessun paese. Negli anni Venti del nuovo millennio i Foo Fighters sono oramai talmente bravi a fare i Foo Fighters che hanno smesso di provare ad essere anche qualcosa d’altro, intrappolati in un perimetro dorato che, per quanto solido, inizia ad assumere le sembianze di un limite invalicabile. Una zona troppo confortevole per decidere di uscirne?

Al di là delle inevitabili osservazioni critiche sui progetti più recenti, quello compiuto dai Foo Fighters è un percorso assolutamente virtuoso, costellato di grandissimi successi e prestigiosi riconoscimenti, percorso che ha conosciuto i capitoli più a fuoco in corrispondenza del fulminante omonimo esordio (ancora influenzato dall’impronta sonora dei Nirvana), del best seller The Colour And The Shape (quasi un greatest hits per la quantità di hit che vi sono contenute), il voluminoso In Your Honor (nel quale pur con qualche lungaggine di troppo la band mostra il più ampio ventaglio stilistico possibile del proprio songwriting) e il vigoroso Wasting Light (dai decisi tratti stoner, figli dell’esperienza compiuta da Grohl nei Queens Of The Stone Age).

Negli ultimi anni i Foo Fighters continuano a produrre dischi onesti, mai privi di spunti di rilievo, nei quali non si registrano particolari cali di ispirazione, semmai un certo istinto conservatore, un certo immobilismo stilistico, perfetto per rassicurare i propri fan storici. La formazione americana oggi lascia il segno soprattutto per la spettacolarità delle proprie pirotecniche esibizioni dal vivo, sempre energetiche e divertenti, che puntualmente fanno registrare sold out in qualsiasi angolo del globo. Presenze fisse nei festival musicali che contano e nelle arene più ambite, i Foo Fighters hanno trovato nella dimensione live la modalità nella quale continuare a dare il meglio di sé, confortati da un seguito fedele con non accenna a diminuire.

Contributi di Alex Poltronieri, da “The Colour And The Shape” a “In Your Honor”