Dopo l’esordio “Fear Is A Funny Thing, Now Smile Like A Big Boy” (2024), i Ronker non provano a smussare gli angoli né a ripulire il proprio suono. Anzi, “Respect The Hustle, I Won’t Be Your Dog Forever” alza ulteriormente la posta: undici tracce registrate live in studio, un concept sulla frustrazione della hustle culture e una miscela che loro stessi chiamano speednoise (definizione azzardata, ma sorprendentemente calzante).
La loro pesantezza sta nella semplicità. Una gamba affonda nelle chitarre abrasive anni Novanta, l’altra invece nella riverberazione ottantiana: post-punk, noise-rock, hardcore europeo e quella tensione punk-gaze che li rende difficili da incasellare. Non sono i primi a muoversi su questo crinale, ma sono tra i pochi a farlo con questa urgenza centrifuga.
L’apertura con “Tall Stories” è un pugno immediato: basso cupo, riff sghembi e Jasper De Petten che attraversa almeno quattro registri vocali in pochi minuti: dallo scream isterico a un parlato rauco (comunque più febbrile e meno controllato) che ci riporta immediatamente agli Idles. “Respect The Hustle” spinge ancora più a fondo, tra attitudine hardcore e un groove storto: qui il concept emerge con chiarezza, tra rabbia verso l’auto-sfruttamento e rifiuto dell’addomesticamento (“non sarò il tuo cane per sempre” non suona affatto come una metafora sottile).
“No Sweat” è uno dei brani più riusciti: velocità da due-step, ritornello che resta addosso e una carica quasi liberatoria nel rifiuto dell’algoritmo e della produttività tossica. Subito dopo, “Clear The Air” inserisce più spazio e tensione, dimostrando che la band sa giocare anche con dinamiche meno lineari senza perdere colpi.
Poi è il turno del vero spartiacque, “Snuff”. Qui i Ronker si spogliano: pianoforte, fiati, un crescendo che parte grigio e arriva a un’esplosione emotiva devastante. È il momento più vulnerabile del disco e anche quello che lascia il segno più profondo. La solitudine, la disillusione post-tour, il nichilismo che si insinua quando l’adrenalina si spegne, tutto converge in un climax che non ha nulla di gratuito.
La seconda metà del disco torna a colpire duro con “House Of Hunger”, “Discodust” e “Deliver The Liver”, una tripletta che ha una consapevolezza diversa. L’aggressività non è più solo fisica: è tematica. Dipendenze, identità performativa, esaurimento emotivo. “Limelighter” stratifica cori e riff quasi deathcore in un impianto massimalista che eccede. Il finale con “Using Eyes”, più atmosferico e trattenuto, può spiazzare, ma la scelta di abbassare i toni rafforza l’idea di un epilogo amaro.
Rispetto al debutto, il flusso è più coeso e l’arco narrativo più evidente. La band fiamminga dimostra di saper inserire pianoforti, fiati e aperture melodiche senza snaturare l’impatto. Non tutto è perfettamente calibrato: a tratti l’intensità costante rischia di appiattire alcune tracce centrali e qualche soluzione ricorre più del necessario, tuttavia i Ronker non si limitano a far rumore: lo organizzano, lo caricano di senso, lo trasformano in dichiarazione politica ed esistenziale. In un panorama europeo affollato di ibridi noise e post-punk, riescono comunque a suonare assolutamente riconoscibili.
26/02/2026