C’è un senso di pressione costante che attraversa “Empty Hands”, come se il futuro non fosse più un orizzonte ma un rumore di fondo, un ringhio continuo. Poppy apre il suo nuovo album con questa consapevolezza: non c’è attesa, non c’è promessa, solo l’anticipazione dell’impatto. Non è un dettaglio estetico, ma una presa di posizione.
Il disco nasce dentro un presente saturo, dove l’aggressione è diventata automatica, il linguaggio ha imparato a mentire bene e persino lo sguardo non è più una garanzia di verità. È un livello di lucidità politica e simbolica che sorprende, soprattutto considerando l’immagine pubblica di un’artista spesso percepita come artificiale, costruita, “facile”. “Empty Hands” lavora invece proprio su questo cortocircuito: accessibilità formale e inquietudine reale.
Dal punto di vista sonoro, Poppy porta alle estreme conseguenze il percorso iniziato negli ultimi anni. Se “I Disagree” (2020) e “Negative Spaces” (2024) erano dischi di transizione, qui l’ingresso nel territorio metal è frontale. L’apertura di “Public Domain” imposta subito il tono: industrial pop-metal dal passo marziale con riff compressi. Poppy flirta con il kitsch senza esserne divorata. È una scelta ambigua, volutamente esposta, che chiarisce subito come “Empty Hands” non ha paura di sembrare grande, levigato, persino mainstream.
Il cuore dell’album vive su un equilibrio instabile tra brutalità controllata e istinto pop. Le strutture restano compatte, riconoscibili, raramente avventurose, ma funzionano come contenitori di tensione più che come esercizi di stile. Brani come “Bruised Sky” e “Guardian” si muovono su coordinate metalcore moderne, con riff stoppati, groove incisivi e ritornelli progettati per restare impressi. Qui emerge chiaramente il retaggio pop di Poppy: le canzoni sono immediate, già “digerite”, costruite attorno alla voce come asse centrale. È un vantaggio evidente in termini di impatto, ma anche uno dei limiti strutturali del lavoro.
Quando però il disco osa davvero, il risultato è sorprendente. “Dying To Forget” è uno dei momenti più riusciti della sua carriera recente: hardcore contemporaneo, ritmiche schiaccianti, urla viscerali che convivono senza attrito con aperture melodiche limpide. La transizione tra violenza e accessibilità non appare forzata ma naturale, come se le due anime finalmente smettessero di combattersi. Lo stesso vale per la title track, che chiude l’album spingendosi verso territori quasi deathcore, tra blast beat, chitarre dissonanti e una performance vocale feroce, spezzata da improvvise fenditure melodiche. È qui che Poppy sembra davvero lasciare cadere la maschera, mostrando un controllo tecnico e un’intenzione espressiva che vanno oltre la semplice provocazione.
Non tutto, però, regge lo stesso livello di intensità. La coerenza stilistica, che da un lato rafforza l’identità del disco, dall’altro genera una sensazione di familiarità eccessiva. Alcuni brani (il caso di “Time Will Tell” e “Ribs”) danno l’impressione di riprendere soluzioni già esplorate, come variazioni di un modello che funziona ma che inizia a usurarsi. Anche gli interludi risultano più decorativi che necessari, lasciando intuire un’idea di concept che resta solo parzialmente sviluppata.
Rimane dunque irrisolta una questione fondamentale: “Empty Hands” è un album metal o un album pop che usa il metal come linguaggio? La risposta, probabilmente, è che non vuole scegliere. Poppy rimane una figura solitaria, un progetto centrato su un’unica presenza, dove la band e la strumentazione sono funzionali alla costruzione dell’immagine. L’artista statunitense ci consegna un lavoro solido, a tratti potente, che rinuncia alla sorpresa costante per consolidare una forma. Non tende le mani, appunto: le lascia vuote. Ed è proprio in questa sospensione, tra controllo e cedimento, che il disco trova la sua voce più credibile.
02/02/2026