I don’t take it lightly
that a thing set in stone
can begin to roll when
the ground that you’re on is different
La terza raccolta di Jana Horn si confronta con un periodo di transizione nella vita della sua autrice, una sospensione in un limbo di amara tristezza e attesa. Dopo il conseguimento di un Master of Fine Arts in scrittura creativa all’University of Virginia, Horn si trasferisce a New York e inizia una nuova vita in una nuova città. Ma, per ogni passo in avanti, c’è anche il passato che riaffiora: “Always ahead, always in the past/ Turning my neck like an owl” canta nella delicata ballata “Unused”.
La similitudine con il gufo suggerisce un’ambientazione notturna e, infatti, nonostante i diversi richiami a un cielo azzurro, la pasta strumentale è scura, ombrosa. Gli arrangiamenti sono, come nelle due precedenti raccolte, scheletrici, ridotti a un’impalcatura essenziale di basso, chitarra e batteria. E sono gli interventi puntuali e sotterranei degli altri strumenti (legni e pianoforte) a giocare un ruolo cruciale in una pregnante triangolazione con la struttura armonica e le pause. È proprio grazie a questo respiro rilassato che la scrittura originale di Horn emerge con forza: tra cortocircuiti logici e descrizioni surreali le parole dipingono scene dal forte impatto visivo che prorompono dall’ambiente sonoro sottostante.
On wind, on steam (On empty, full)
Waiting rooms, hospitals (Move two, three times)
Angel Trash bag wings
Fly on a two-moon night
I couldn’t change
I couldn't change her mind
Se dunque il terzo album di Horn sembra vivere in un limbo dalle connotazioni oniriche, forse non è un caso che l’autrice l’abbia intitolato semplicemente “Jana Horn”. In un momento di profondo cambiamento, porre enfasi sulla propria prospettiva personale e sul proprio percorso di ricerca artistica mi pare rappresentare una forte scelta di auto-affermazione. D’altronde la cantautrice texana non ha sconvolto qui il suo cantautorato, ma ha posto un nuovo riuscito tassello in un progetto autoriale di grande spessore. Perché il modo in cui questi sprazzi lirici e frammenti epigrammatici (si veda la breve “Love”) si appoggiano e intersecano alla trama strumentale, spesso ripetitiva, non può che lasciare chi ascolta in uno stato di ammirazione nei confronti di questo piccolo mondo arcano profondamente slowcore nel cuore.