Dopo la recente collaborazione con Doug Shaw (“A Shaw Deal” risale al 2025), Geologist finalmente firma il suo primo vero album solista. “Can I Get A Pack Of Camel Lights?” non è un esordio nel senso classico del termine, ma è il risultato di una lunga sedimentazione: decenni di lavoro sotterraneo, di contributi laterali, di esplorazioni sonore portate avanti ai margini di una delle band più influenti dell’indie sperimentale contemporaneo. Brian Weitz, da sempre figura defilata all’interno degli Animal Collective, sceglie qui di occupare lo spazio centrale senza però rinunciare alla propria natura elusiva, costruendo un disco che rifiuta la forma-canzone, l’aggancio immediato e qualsiasi ipotesi di accessibilità pop.
Il cuore sonoro dell’album è la ghironda (o hurdy gurdy per gli amici anglofoni) – strumento antico e ostinatamente anti-moderno – che Weitz utilizza non come semplice curiosità timbrica ma come vero e proprio motore compositivo. I suoi droni continui, abrasivi o ipnotici, diventano la base su cui si innestano elettronica processata, percussioni irregolari e interventi strumentali che oscillano tra jazz obliquo, post-punk deformato, minimalismo rituale e psichedelia desertica. Più che un insieme di brani, “Can I Get A Pack Of Camel Lights?” si presenta come una mappa mentale aperta, un flusso di stati e immagini che si susseguono senza mai cercare una coerenza narrativa tradizionale.
L’apertura affidata a “Oracle Road” chiarisce subito le intenzioni: suoni che si accumulano per attrito, ritmi che emergono lentamente da un magma indistinto, una sensazione di instabilità costante. Da qui in avanti, ogni traccia sembra esplorare una diversa possibilità dello stesso materiale di base. “Tonic” spinge la ghironda verso territori quasi rock, trattandola come una chitarra distorta, mentre “Not Trad” ne enfatizza il lato più cerimoniale e spettrale, lasciando che il drone si espanda fino a diventare presenza ingombrante. In “RV Envy” l’album raggiunge uno dei suoi picchi di tensione, con un intreccio nervoso di synth corrosi e ritmi che sfiorano il jazz-funk più allucinato.
Non mancano, però, momenti di apparente sospensione. La lunga “Compact Mirror/Last Names” dilata il tempo fino a sfiorare l’ambient, procedendo per stratificazioni lente e lievi scarti timbrici, mentre “Color In The B&W” lavora per sottrazione, lasciando emergere dettagli minimi su una struttura quasi immobile. È in questi passaggi che il disco rischia di apparire più come una colonna sonora in cerca di immagini che come un’opera autosufficiente, ma è anche qui che si manifesta con maggiore chiarezza l’idea di musica come spazio mentale da attraversare.
“Government Job” rappresenta un’anomalia significativa: l’ingresso della chitarra acustica, suonata dal figlio di Weitz, introduce un elemento umano e imperfetto, volutamente incompiuto, che spezza l’astrazione dominante. È un gesto intimo, che rafforza la dimensione personale dell’album senza trasformarla in confessione esplicita. Il disco si chiude con “Sonora”, brano che sintetizza molte delle tensioni precedenti e le restituisce in una forma più compatta, dove kraut-rock e drone medievale convivono in modo sorprendentemente naturale.
Nel complesso, “Can I Get A Pack Of Camel Lights?” è un lavoro che chiede tempo e attenzione. Non cerca di piacere, né di impressionare con soluzioni radicali: la sua forza sta piuttosto nella coerenza di una visione che accetta la discontinuità, l’indecisione, persino una certa ruvidità strutturale. È un album che può risultare ostico, a tratti dispersivo, ma che ripaga l’ascolto paziente con una sensazione rara di libertà creativa. Più che un debutto, è una dichiarazione tardiva ma necessaria: la dimostrazione che l’esplorazione sonora, quando è autentica, non ha bisogno di giustificazioni né di compromessi.
12/02/2026