A vent’anni dall’esordio degli Editors, Tom Smith sceglie un passo laterale che non ha nulla del gesto di rottura. Questo debutto solista non nasce dal desiderio di fuggire dalla band – viva e operante – ma dall’urgenza di riportare in primo piano il nucleo originario della sua scrittura. Idee abbozzate già dieci anni fa, rimaste in sospensione tra tournée e trasformazioni sonore, trovano finalmente una forma compiuta. Dopo “EBM“, dove Smith si è sentito meno centrale del solito, e dopo il tempo rarefatto della pandemia, l’idea diventa una domanda netta: “Se non lo faccio adesso, lo farò mai?”. Anche un tentativo di riattivare la pista Smith & Burrows chiarisce la direzione opposta: qui serve qualcosa di meno “di coppia”, meno negoziato, più vicino al punto zero delle canzoni.
Il titolo del disco, tratto dal brano “Deep Dive”, è già una dichiarazione: ciò che temiamo nel buio è parte della stessa luce che ci accompagna. È un disco che guarda dentro senza maschere, trasformando il presente – rumoroso, implacabile – in un luogo dove cercare connessioni e non rifugi. Smith lo considera l’album più sincero della sua carriera, e lo si percepisce subito: l’ambiguità teatrale degli Editors lascia spazio a un candore adulto, a un’intimità che non ha bisogno di scenografia.
Chi si aspetta un lavoro costruito per esibire la sua celebre estensione vocale (4,75 ottave, ricordate dal Daily Mirror nel 2014) resterà sorpreso: la voce qui è esposta, fragile, sfumata. Non mira a impressionare, ma a raccontare. Gli arrangiamenti restano vicini al nucleo – chitarra, piano, archi misurati, tocchi cinematografici, fiati solo quando servono – perché, tolti volume e teatralità, non c’è più dove nascondersi.
Determinante l’incontro con Iain Archer (Snow Patrol, Jake Bugg, James Bay; due volte vincitore dell’Ivor Novello Award): più che un produttore, un compagno critico che chiede a Smith di riscrivere, sfoltire, scartare. Il lavoro procede a blocchi, due o tre giorni alla volta, intervallati da tour e ritorni: uno stop and start che lascia decantare i brani e ne affina il peso emotivo. Solo dopo entrano interventi mirati di altri musicisti: così “Leave”, unica vera finestra rock del disco, suona davvero come un’apertura improvvisa senza tradire il tono generale.
“Deep Dive” diventa la bussola emotiva: la solitudine che si rovescia in condivisione, l’idea di sentirsi accompagnati anche quando il mondo sembra distante. In filigrana si avverte anche una parentela di spirito con i Rem amati da Smith (con “Automatic For The People” come disco-soglia). Nessuna formale citazione, ma per la fragilità della voce, la cura acustica, quel modo di far parlare i luoghi come specchi interiori, il richiamo è molto forte.
Dentro l’album si riconoscono due poli simbolici ricorrenti nella poetica di Smith: luce e rumore. Negli Editors, spesso, il rumore era tumulto del mondo e della mente e la luce un lampo rivelatore. Qui il contrasto si assesta: il rumore resta sullo sfondo, la luce diventa spazio di chiarezza e verità. Le canzoni non sono diaristiche, ma intensamente autobiografiche nella sostanza emotiva: “How Many Times” usa Londra come memoria viva; “Endings Are Breaking My Heart” trasforma un catalogo di finali in un inno sommesso alla bellezza transitoria; “Broken Time” vive di sottrazione e silenzi; “Life Is For Living” cresce con un’orchestrazione calibrata, senza mai diventare trionfalistica.
Tra i vertici c’è “Souls”: energia quasi disordinata e un ritornello diretto che fa dello smarrimento un gesto di alleanza. “Lights Of New York City” illumina una notte gelida con una tromba soffusa, usando New York come simbolo del tempo che scorre. “Northern Line” è la confessione più esplicita: amicizie (Andy Burrows), pub, strade, e l’impossibilità di tornare davvero a ciò che eravamo. “Saturday” chiude in modo pudico e dolcissimo: piano, voce, un “parla con me” che lascia una luce accesa, come una fine della notte a luci basse.
La conferma più netta di questa scelta sta anche fuori dal disco. Smith porta queste canzoni dal vivo in forma acustica, in venue ridotte, con pochissimi appigli. E ammette che lo spaventa più di un grande palco con gli Editors, perché lì puoi contare sul volume e sulla macchina dello show; qui no. Qui c’è solo la canzone, e la persona che la canta.
“There Is Nothing In The Dark That Isn’t There In The Light” è l’album che Smith inseguiva senza fretta, lasciandolo maturare a lungo. Non è un addio agli Editors né un nuovo inizio: è una linea parallela, un ramo che si apre per permettere a un artista adulto di parlare con la voce più onesta della sua traiettoria. Un disco che chiede silenzio e attenzione, e restituisce profondità e bellezza senza alzare la voce – perché non ne ha bisogno.