DAVID BOWIE - Blackstar

2016 (Rca)
art-rock

Fra chi sta lodando il disco si è già fatto ricorso all’ormai tradizionale motto del miglior Bowie da “Scary Monsters”. La filastrocca viene del resto ripetuta a ogni suo album e ha francamente stancato, come se questo signore non avesse pubblicato niente di rilevante dopo il 1980.

Dall’altro lato abbiamo i detrattori, per cui Bowie è costretto alla resa. Se prova a fare qualcosa fuori dai suoi binari, è un modaiolo che ruba le idee altrui (nel caso specifico, quelle di Scott Walker e dei Radiohead), quando invece prova a fare un album che suoni “classico” (come poteva essere “The Next Day“) viene proposto come candidato per il ritiro, dal momento che non avrebbe più niente da dire. 

È curioso questo trattamento riservato al Duca, assai diverso da quello di cui godono gli altri “dinosauri” del rock. A Neil Young, Bruce Springsteen, Bob Dylan o Leonard Cohen vengono concessi dischi in cui ripetono le cose che li hanno resi celebri, e nessuno ne sembra offeso. Per Bowie invece, al netto di una maggioranza che continua a stimarlo, rimarrà sempre la peculiarità di un’ala di detrattori minoritaria ma pungente.
Va anche detto che questa posizione è diretta conseguenza di ciò che Bowie ha rappresentato: basti guardare il suo periodo d’oro, quegli anni Settanta, in cui mise in piedi una cavalcata creativa fra gli stili più disparati che per innovazione, impatto e costanza non ha davvero eguali in quel periodo. Quel vortice di mutazioni, che tutta l’intellighenzia rock fu costretta a osservare per non rimanere indietro, ha costruito la pretesa di base che ogni disco di Bowie dovesse sconvolgere la musica.

Così, anziché apprezzare il fatto che un cinquantenne mescolasse rock e ritmi jungle, “Earthling” venne stroncato come concessione alle mode. Fu comunque l’ultimo lavoro di Bowie palesemente rivolto al mondo esterno. Da lì in poi i suoi dischi hanno guardato – magari non del tutto, ma di sicuro prevalentemente – al pianeta Bowie, nell’intento di ritagliarsi la figura del santone che si isola dallo scorrere delle mode circostanti. Tuttavia neanche questo atteggiamento, forse percepito come rinunciatario, è risultato accettabile. 

Eppure rimane un fatto: che possano piacere o meno, i suoi dischi risultano disturbanti. Mentre altri grandi vecchi del rock danno al proprio pubblico il contentino, Bowie sembra volerlo prendere a schiaffi. Che è poi l’equivalente del contentino per il pubblico di Bowie, dirà qualcuno e forse a ragione, fatto sta che l’effetto visto a distanza è dirompente. I suoi video scatenano aspre polemiche, i suoi testi vengono accusati di satanismo e attacchi al cristianesimo, la sua simbologia di essere massonica, i suoi messaggi di essere devianti, la sua musica di essere storta, stonata, “sbagliata”. E dal momento che questo 8 gennaio fanno sessantanove primavere, non è poco.

L’album è ovviamente più che valido. Somiglia certo ad alcune cose dello Scott Walker sperimentale e dei Radiohead di “Kid A” e “Amnesiac“, peccato solo che Walker iniziò la sua fase sperimentale con quel “Nite Flights” del 1978 che, per sua ammissione, tutto doveva a “Low” e “Heroes“, e che quei Radiohead a loro volta utilizzarono molti degli elementi della trilogia berlinese (il matrimonio fra elettronica sperimentale e ottoni, i ritmi ipnotici, le atmosfere spaziali e via dicendo), pur processandoli secondo l’estetica dei propri tempi e i propri metodi. Il più di cui si possa accusare Bowie è quindi di essersi ripreso, perché no con qualche interesse, ciò che gli appartiene. 
Inoltre ci sono brani che sono Bowie e basta, come la malinconica ballata acustica “Dollar Days” o l’elettronica vellutata di “I Can’t Give Everything Away”, che cita in contemporanea l’attacco di “Thursday’s Child” e l’armonica a bocca di “Never Let Me Down”.
“Sue” e “‘Tis A Pity She Was A Whore” sono state stravolte rispetto alle versioni uscite come 45 giri, la prima dimezzata nella lunghezza e pompata da strutture drum’n’bass, la seconda smarrendo il piglio apocalittico ma guadagnando in ricchezza dell’arrangiamento.

La title track è forse il pezzo più apertamente prog della carriera, capace in dieci minuti di andare dall’Idm al glam passando per il jazz, mentre all’opposto si piazzano brani dalla scrittura più essenziale, come “Girl Loves Me”, con le sue scansioni robotiche, e “Lazarus”, sorta di noise-rock blueseggiante condito da atmosfere noir.

In sostanza, nella canzone omonima l’album indovina un capolavoro degno del repertorio maggiore, mentre il resto si caratterizza per un efficace utilizzo dei fiati e un Bowie piuttosto divertito, che comunque può bastare, anche se chi scrive si è emozionato di più ai primi ascolti di “The Next Day“.
Nel frattempo, Bowie si fa pubblicità presso il pubblico alternativo con dichiarazione tramite Tony Visconti sull’essere ispirato da Kendrick Lamar. Di cui ovviamente non si trova traccia nel corso dell’album, e va più che bene così.

05/01/2016

Tracklist

  1. 1. Blackstar
  2. 2. 'Tis a Pity She Was a Whore [nuova versione]
  3. 3. Lazarus
  4. 4. Sue (Or in a Season of Crime) [nuova versione]
  5. 5. Girl Loves Me
  6. 6. Dollar Days
  7. 7. I Can't Give Everything Away

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