Per la performance di cinque ore ininterrotte di cui questo “Blage 3” non è altro che un surrogato in forma “breve” di doppio cd per due ore scarse di musica, Simon James Phillips ha sostanzialmente radunato un supergruppo. L’amico (e compagno di merende negli Swifter) BJ Nilsen alla postazione elettronica, il mostro sacro e fuoriclasse dei Necks Tony Buck a dettare il ritmo alla batteria e alle percussioni, il veterano Werner Dafeldecker al contrabbasso, il regista occulto dell’underground berlinese Arthur Rother alla chitarra e Liz Allbee alla tromba dall’altra Berlino, quella americana (e meno nota). Non una formazione che si riunisce per un’occasione qualsiasi, insomma.
Ed effettivamente basta quanto già accennato a rendere evidenti le peculiarità del progetto in questione. Cinque ore ininterrotte di un sostanziale raga quartomondista improvvisato, che tende un filo fra la “storica” Germania, il Nord Europa e le vastità d’oltreoceano. “Blage 3” è una sorta di sinfonia trasversale, che cerca e trova una fuga dai limiti dello spazio e del tempo, che lega le scorribande post-fusion dei (già citati) Necks, le contorsioni post-(post-rock) dei Radian e le meditazioni extra-sensoriali di Mike Cooper in un unicum dalle mille identità. Un viaggio, di sicuro, ma guai a cercare un’origine, una destinazione, un mezzo di trasporto o un fotogramma dalla strada.
Il primo cd parte dunque con un’ouverture che sembra dilatare all’inverosimile un passaggio dall’ultimo Tim Hecker: una sorta di sacralità sembra farsi tangibile man mano che il pianoforte prende il sopravvento, ma assieme ai suoi tasti è l’intero paesaggio a variare in maniera irrefrenabile e continua. Un rallentamento apparente, piroette di tastiera e i droni della chitarra mischiati e reiterati come Oren Ambarchi insegna, un rivolo noise all’orizzonte ogni secondo più opprimente. Poi, al minuto dieci, un altro cambio di scena: l’angoscia che entra di colpo, si mostra e si nasconde in un crescendo prima accennato, poi materializzatosi nell’unisono di chitarra, tastiere e pianoforte.
Sbuca l’ombra di LaMonte Young, subito sotterrata dai colpi del contrabbasso. È una sorta di caleidoscopio che continua a girare modificando costantemente il soundworld e i suoi equilibri: i dieci minuti centrali sono interamente dedicati a un’evasione al pianoforte sporcata di rumore, dalla mezz’ora in su una progressione tribale di un Tony Buck in super-spolvero strappa la palma di epos della suite avvicinando i sentieri più free di Charlemagne Palestine.
Gli ultimi due segmenti corrispondono rispettivamente a un quarto d’ora di isolazionismo elettroacustico e penetranti litanie atonali affidate alla tromba di Allbee e a un finale “romantico” fra distensioni armoniche e melodie in libertà ad opera del pianoforte di Phillips.
Decisamente più compatta ma ugualmente stimolante e trascinante, l’altra odissea raccolta sul secondo cd vede il pianoforte e la batteria impossessarsi del ruolo di protagonisti assoluti, a parziale discapito della straordinaria coralità precedente. I primi venti minuti sconfinano un territorio a cavallo tra il totalismo e il mantra, con il medesimo giro di accordi ripetuto a velocità fino all’ascesa del ritmo. Dalla metà della suite in poi è proprio quest’ultimo a dettare legge, tramite i ritmi spezzati e tumultuosi di Tony Buck, in preda ora alle accelerazioni più cruente ora a rientri nel ciclo meditativo, fino al calo di tensione degli ultimi minuti che sfuma lentamente nel silenzio.
È un amalgama di colori, suoni, idee, evocazioni, percezioni sensoriali che guidano verso dimensioni squisitamente extra-sensoriali, immaginarie, impossibili. Se l’ultimo Necks poteva rappresentare l’ipotesi di una fusion del futuro, qui siamo di fronte alla coappartenenza tra presente, passato e possibile destino della psichedelia in senso ampio, liberata dalle precostruzioni che oggi la affliggono e la costringono all’eterno ritorno dei suoi cliché, rock o Lsd che siano.
Semplicemente oltre.
30/05/2015