Sally Seltmann

Hey Daydreamer

2014 (Lojinx) | baroque-pop

Qualche anno fa sembrava davvero sul punto di sbocciare Sally Mary Russell, in arte Sally Seltmann, voce tra le più promettenti in arrivo da un’Australia alquanto prodiga in fatto di sorprese dream-pop. Partita giovanissima alla guida di modeste formazioni di marca riot grrrls, ha accarezzato per la prima volta il successo apparendo nel cast di “Since I Left You” (2000), unico incredibile album degli Avalanches, il cui leader Darren Seltmann sarebbe diventato suo marito tre anni più tardi. E’ sotto il moniker New Buffalo che Sally si è tolta però le maggiori soddisfazioni, pur mancando per un soffio l’appuntamento con la fama: ha ospitato nei suoi dischi artisti come Beth Orton e Jens Lekman, mentre la critica si prodigava nell’accostare la sua voce a quelle di Cat Power e di Feist. E proprio a Feist la ragazza di Sidney ha di fatto regalato (durante un tour in cui accompagnava i Broken Social Scene) quello che avrebbe potuto essere il suo biglietto dorato, una canzone – “1 2 3 4” – che la performer canadese ha tramutato nel proprio brano in assoluto più fortunato.

Al di là dell’immaginabile rimpianto, la sua carriera è andata avanti sotto una stella non particolarmente benevola. Lo smalto di quel momento magico pare essersi perso presto e non le è valsa come occasione di rilancio la presenza nel supergruppo aussie al femminile Seeker Lover Keeper, la cui unica fatica eponima si è rivelata inferiore alle aspettative. Equiparata all’avant-folk di Holly Throsby e all’etereo minimalismo pop della splendida Sarah Blasko – sue compagne nel progetto – la sua attuale proposta esce sconfitta per distacco di idee prima che di stile: impressione suffragata oggi dalla seconda prova a proprio nome, “Hey Daydreamer”, che si presenta all’insegna dell’ampollosità, con la delicata chanteuse in sella al suo cavallo su una giostra da fiera d’altri tempi. L’eleganza dei dettagli, eloquente, rischia peraltro di passare in secondo piano, adombrata dalla melensaggine dei fregi vocali e orchestrali, dai languori e le flautate evoluzioni che appesantiscono oltremodo. Peccato, perché gli arrangiamenti sarebbero di per sé anche abbastanza misurati, perché il cantato si lascia apprezzare e la produzione riesce impeccabile. Troppa affettazione, troppe concessioni al fiabesco portano a un risultato freddino, talvolta stucchevole, che ricorda soprattutto la Isobel Campbell non ancora in scuffia da Americana.

Passaggi zampettanti ma meno formali nel loro candore pop, come “Needle In The Hay”, non sono malaccio. Certo lo spettro, almeno nelle battute iniziali, resta limitato a una galleria di colorati leziosismi, tra archi, clarinetti, armonium e arpe, con le loro sontuose impalcature che, per paradosso, non fanno che attenuare il potenziale in fatto di suggestioni. Nei momenti più riusciti, nonostante le innegabili distanze espressive e di contesto, par quasi di trovarsi al cospetto di una versione edulcorata di Beth Jeans Houghton (paragone che vuol essere comunque lusinghiero), o si può cogliere una remota parentela con My Brightest Diamond (“Seed Of Doubt”). L’enfasi favolistica tende tuttavia a prevalere e non conserva il minimo barlume di anarchia creativa, di gioiosa follia. A tratti, soltanto a tratti, si intravvede la songwriter (come nel finale sobrio di “States And Spaces”, con pedal steel e organo) ma ad avere l’ultima parola è sempre l’aulica cantrice, rigorosa seppur più altisonante del necessario.

Episodi come “The Small Hotel” arginano in parte le sdolcinature prive di nerbo. Aprono con decisione al virtuosismo di cui Sally è senz’altro capace e che nei migliori frangenti la porta dalle parti di un’altra Campbell, la Tracyanne di “Let’s Get Out Of This Country”. Certo i fiati svenevoli non aiutano e appare in tutta la sua evidenza il limite forse più insormontabile dell’album: una certa mancanza di coraggio che sembra impedire alla scrittura della Seltmann di andare davvero in profondità, al di là di quell’epidermide barocca così accurata e così algida. Manca forse il brivido. Manca la meraviglia autentica, quel quid che tocchi corde speciali, sciolga il cuore e – perché no? – commuova.
Si varia di quel tanto sul tema con una sorta di ideale colonna sonora per un film che non c’è (“I Will Not Wear Your Wedding Ring”), vivacizzata dal wurlitzer e da un’interpretazione meno esangue, e poi quando la fanciulla avvicina i tropici in un numero sì leggiadro, ma anche vitale (“Catch Of The Day”). E’ però in “Right Back Where I Started From” che le sue proverbiali cautele paiono veramente ben spese e si può ipotizzare una più armonica chiusura del cerchio con il passato.

Anche se all’ambrosia di queste graziose composizioni fa difetto l’inquietudine silvana di una Joanna Newsom, l’estro non lascia indifferenti quando si ha modo di riconoscerlo. Niente applausi a scena aperta insomma, ma l’abnegazione con cui questa torta multistrato è stata guarnita può meritare un piccolo plauso. “Hey Daydreamer” è un lavoro gradevole, realizzato con gusto e infinito garbo. Dato che la scintilla vera non scocca quasi mai, ci riesce però impossibile spingerci più in là nei complimenti.

(18/05/2014)

  • Tracklist
  1. Hey Daydreamer
  2. Billy
  3. The Small Hotel
  4. Needle In The Hay
  5. Dear Mr. Heartless
  6. I Will Not Wear Your Wedding Ring
  7. Right Back Where I Started From
  8. Catch Of The Day
  9. Seed Of Doubt
  10. Holly Drive
  11. States And Spaces


Sally Seltmann on web