Quando nel 2008 sbocciarono sul web con un pezzo intitolato “Combination Pizza Hut And Taco Bell”, in pochi avrebbero scommesso su di loro. “Joke Rap” lo chiamavano: goliardi universitari che si divertivano a parodiare un genere abituato a prendersi fin troppo sul serio e che sarebbero presto ritornati a esami e file alla mensa del campus. Ma si sbagliavano. Perché “loro” – Heems, Kool Ad e Dapwell. aka i Das Racist – stavano ancora sondando il terreno e quella scheggia impazzita era solo la punta di un iceberg concettuale e musicale che si stava consolidando dal 2003, da quando cioé i tre si erano conosciuti, proprio sui banchi di scuola. E il ragguardevole successo di critica e di pubblico ottenuto con i due pingui mixtape pubblicati l’anno scorso (“Shut Up, Dude” e “Sit Down, Man”) ne è stata la migliore conferma. Quell’irresistibile miscuglio di rap minimalista e alternativo, attitudine pop, dance multietnica (due componenti sono di origini indiane, l’altro è afro-cubano) e demenzialità situazionista impartita con piglio pseudo-intellettuale, ha fatto breccia anche fra gli ascoltatori meno avvezzi alle bizzarrie del sottobosco brooklyniano (lo provano i 40.000 download in una sola settimana di “Sit Down, Man”). Quasi dei Beastie Boys reincarnati nell’era dell’i-music.
Giunti finalmente all’esordio (vero e proprio: anche in formato fisico) sulla lunga distanza, con “Relax” i Das Racist non si discostano dalla fortunata ricetta poc’anzi illustrata per grandi linee. Certo qui la produzione (supervisionata con Patrick Wimberley del duo electro-pop Chairlift) è più curata e calcolata e il peso di collaborazioni come quelle con Diplo, El-P, Rostam Batmanglij dei Vampire Weekend e Arnald Wilder degli Yeasayer, i primi due peraltro già ospitati nel secondo mixtape, si fa sentire, ma l’anima naif, il gusto per gli accostamenti appariscenti e la spontaneità sonora del terzetto ne escono sane e salve. Trascinato dal flow vivace, speziato, contagioso – abbastanza tradizionale nella metrica ma funambolico nelle rime e nei giochi di parole – e dall’enfasi ironica dei ritornelli, l’album sfoga tutta la sua estroversione con il party-rap di brani come “Girl” (synth robotici anni 80 e funk afroide nelle percussioni), la pura novelty di “Booty In The Air” , o “Middle Of The Cake”, la verve bollywoodiana di un singolo di gran punta come “Michael Jackson” o “Punjabi Song”, la fisicità rocky e bombastica di “Selena”.
Ma i Das Racist sanno variare di tono e cogliere note più scure e sfumate fra i colori sgargianti: il passo spezzato e le sospensioni aritmiche di “Power”, gli scenari urbani e corrosivi di El-P, davanti e dietro la consolle di “Shut Up Man”, le sonorità astratte e i bassi elastici di “Rainbow In The Dark”. E anche i brani meno vistosi, ai primi ascolti, rivelano tocchi felici e sorprendenti come l’autotune stridulo e orientaleggiante di “Brand New Dance”, le voci sformate dal pitch in una specie di vagito in coda alla title track, il clappin’ electro e puntilista di “Happy Rappy” (prodotta da Diplo), l’afro-pop e le tastierine frizzanti dei Vampire Weekend per gentile concessione di Batmanglij in “The Trick”. I Das Racist sembrano aver trovato la formula magica per coniugare dancefloor e provocazioni indie. E ridendo e scherzando alla loro maniera corrono seriamente il rischio di ritrovarsi nei quartieri alti delle classifiche hip-hop. Più che meritatamente secondo noi.
21/09/2011