Un disco a metà, “Litany Of Echoes”. Se da un lato il buon Blackshaw si conferma essere un compositore a tutto tondo più che un semplice virtuoso del fingerpicking, dall’altra appare chiaro come la sua tecnica stia divenendo man mano più complessa. E ciò non è necessariamente un bene, anche se le derive Windham Hill da qualche parte paventate sono piuttosto lontane.
Quindi per una “Gate Of Ivory” e una “Gate Of Horn” in pianistico levare, che chiamano in causa nientemeno che la “continuous music” di Lubomyr Melnyk, e che fanno sperare in qualcosa di diverso dal solito, per il resto dei pezzi, di converso, Blackshaw si limita a svolgere il compitino. Perché tra la musica del chitarrista inglese e la musica ripetitiva e/o minimalista vi è una liaison nemmeno tanto nascosta, indi per cui dopo l’ascolto delle succitate composizioni speravo sinceramente in uno spostamento verso quei suoni e quelle metodologie compositive, mentre “Echo And Abyss”, “Infinite Circle” e “Shroud”, per quanto godibili, non deviano granché da ciò che possiamo ormai definire “canone blackshawiano”.
Allora “Litany Of Echoes” è un’occasione sprecata per andare oltre il già sentito. Un album “minore”, ma tuttavia godibile, soprattutto se lo si guarda in maniera a-critica e ci si lascia trasportare dalle emozioni che è comunque in grado di regalare. Perché alla fine della fiera una “Past Has Not Passed” non tutti sono in grado di scriverla (questa dovete ascoltarla assolutamente, soprattutto se avete da poco perso un affetto).
31/08/2008
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