Shout Out Louds

Shout Out Louds

Una malinconia pop

di Mattia Villa

Assoluti protagonisti della scena svedese, hanno cantato la malinconia nascosti dietro una maschera pop. Dalla graffiante irruenza degli esordi alla raffinata eleganza degli ultimi lavori, ripercorriamo l'evoluzione di questi cinque ragazzi svedesi a dieci anni dal loro esordio

"When we go out dancing I don't want to be bothered
just want to be bothered with real love"

Quante cose belle ci ha regalato la Svezia negli ultimi dieci/quindici anni? E quante restano ancora nascoste, come veri tesori, dentro i confini del paese scandinavo? La risposta ad entrambe le domande probabilmente è la stessa: tante. C’è chi è riuscito ad uscire dai confini nazionali, portando la propria musica in giro per il mondo, sia nella scena indie-pop (gente come Jens Lekman o i Sambassadeur) che in differenti altre, come nel caso del garage rock degli Hives prima e dei Mando Diao poi. C’è chi magari ce l’ha fatta innescando un vero tormentone (pensate a “Young Folks” di Peter Bjorn & John) o invece puntando sul proprio collettivo come gli I’m From Barcelona o le Those Dancing Days. Al contrario ci sono anche gruppi che, nonostante gli ottimi riscontri, faticano ad attraversare le acque del mar Baltico; pensiamo ai Billie The Vision & The Dancers ad esempio, il cui ultimo tour europeo risale al 2009 nonostante un ottimo ultimo disco. Infine c’è chi viene notato tardi, a volte dopo alcuni mesi, come nel caso dei “cugini” islandesi Of Monsters And Men, il cui disco è stato stampato in patria, ottenendo un grande successo, nel settembre 2011 e nel resto del mondo solo ad aprile 2012; altre volte invece passano anni come nel caso degli Shout Out Louds.

Dalla Svezia al mondo

La storia della band svedese inizia nel 2001 ed è la stessa antica storia di migliaia di altri gruppi: due amici di vecchia data, in questo caso Adam Olenius e Ted Malmros, si incontrano per un drink e decidono di fondare un nuovo gruppo insieme. Pochi giorni dopo si aggiunge loro Carl von Arbin, mentre Eric Edman, e Bebban Stenborg entreranno nel 2002, anno in cui viene registrato il primo Ep 100 Degrees, contenente quello che diventerà poi il nucleo principale del primo album: Howl Howl Gaff Gaff. Il disco viene pubblicato in Svezia nell’estate del 2003, stesso anno in cui vede la luce uno dei migliori lavori del pop svedese dello scorso decennio: "Lesser Matters" dei Radio Dept. Questo fattore non va però a incidere sull’accoglienza dell’album, meno etereo e più diretto rispetto all’esordio dei Radio Dept; ottiene infatti grande successo in patria: è l’inizio del viaggio che porterà la musica degli Shout Out Louds in quasi ogni angolo del globo. Perché questo accada si dovrà attendere ancora un po’ di tempo in realtà, infatti i cinque intraprendono un felice tour nazionale e pubblicano l’anno successivo un altro Ep Oh, Sweeatheart; alla fine del 2004 arriva la chiamata della Capitol Records, decisa a portare il gruppo oltreoceano. Così l’esordio “Howl Howl Gaff Gaff” viene ristampato, con modifiche in scaletta per quella che si rivela essere una raccolta di canzoni, su stessa ammissione della band, dei loro primi anni di attività; è sotto questa veste che li conosciamo anche in Italia.

Questo fattore agevola non poco la distribuzione del disco: ci troviamo di fronte a una potenziale collezione di singoli, frutto di anni di lavoro e selezionati proprio come il meglio della band. Scontato dire che l’album faccia centro immediatamente, perché gli Shout Out Louds offrono al pubblico una formula difficilmente non funzionante: canzoni tremendamente orecchiabili, che scatenano l’istinto di muoversi e scatenarsi sulla pista, piene di rimandi a produzioni precedenti, ma sempre con un tocco personale che li rende allo stesso tempo unici nel panorama indie pop. L'album si apre con una doppietta memorabile: la synth-etica e ritmata “The Comeback” e una più intima “Very Loud” che punta direttamente a far breccia nei sentimenti ("Little by little/ You're gonna hear me cry/ Hear me cry why?"); da qui in avanti si naviga a vista, prendendo come riferimento uditivo alcune chitarre alla Strokes o alla Built To Spill (quelli di “Keep It Like A Secret”) e come riferimento per il cuore i ritmi e le rime di Stuart Murdoch e dei suoi Belle & Sebastian.
Da questo connubio di stili, nascono brani come “Please Please Please” o “100°”, gemme pop all’ascolto delle quali è praticamente impossibile restare impassibili o momenti toccanti (“Go Sadness”), tutti contradistinti dalla stessa alta qualità. Fra i riferimenti dichiarati anche i Cure, i cui echi si colgono chiaramente in “There’s Nothing”, dal riff di chitarra al cantato, mentre la parte conclusiva del disco verte verso sonorità più tendenti al rock: dalla ritmica quasi punk, sorretta da un handclapping frenetico e ossessivi suoni elettronici, di “Hurry Up Let’s Go”, passando per il più tradizionale indie-rock (“Shut Your Eyes”) per finire negli 8 minuti di “Seagull”, con il martellante incedere della canzone e dei suoi pochi circolari versi che sbattono con la dolcezza del flauto, lambendo marginalmente momenti psichedelici.

Disturbati dal vero amore

Continuando la serie di pubblicazioni che li vuole mai inattivi dal 2002, la band svedese stampa nel 2006 il non proprio memorabile Ep Combines, contenente l’inedito “I Meant To Call” e quattro remix di tracce contenute nell’album d’esordio. Nel frattempo Ted Malmros, che assieme al fratello già cura tutti i video degli Shout Out Louds, dirige il videoclip di “Young Folks”, tormentone contenuto nel terzo disco di Peter Bjorn and John e sarà proprio Björn Yttling il produttore del secondo album della band guidata da Adam Olenius. Il 2007 è un anno di cambiamenti: detto già del nuovo “regista”, la band firma per la Merge e realizza il suo secondo album Our Ill Wills, che esce il 25 Aprile in Svezia, a fine maggio in Europa e a settembre negli Stati Uniti. A cambiare però è soprattutto l’attitudine di una band che nel suo primo lavoro aveva energicamente celebrato la musica pop: a restarne soprattutto influenzato da questa nuova condizione morale è il suono, più cupo, più introspettivo, riflessivo delle tematiche contenute nel disco. Si parla di amore spezzato, di condizioni disagianti, persino nei momenti ritmati, come lo può essere “Time Left For Love”, ci si ritrova al cospetto di versi tragici :“I lost all my friends in an accident/ I couldn't believe what happened”.

solvertical123Così non inganni l’inizio uptempo (rispetto al resto dell’album) di “Tonight I Have To Leave It”, primo singolo e uno dei pochi punti di contatto con “Howl Howl Gaff Gaff”: nel giro di poche canzoni, ci si ritroverà immersi nell’atmosfera cupa del disco. Smaltito il “mal di testa” sul divano dei genitori (“Parents Livingroom”), in “You Are Dreaming” emerge tutta la delusione provata e l’incapacità di perdonare: è come se l’ottimismo degli esordi sia scomparso di colpo, lasciano i protagonisti senza speranza apparente. Il cantato di Olenius assume ancor di più i connotati di un Robert Smith nordico, mentre guadagnano un ruolo più importante le parti vocali di Bebban Stenborg, protagonista principale nella soffice ballata “Blue Headlights” e in generale più presente nel disco. Il secondo singolo nemmeno prova a mascherare questa tela di malinconia, tessuta abilmente dalla produzione di Björn Yttling, in cui ormai ci si trova impigliati; i sei minuti di “Impossibile” ci raccontano nuovamente di un amore ormai andato, “I don't want to feel like it's an end of a summer” canta Olenius. Ed è proprio come se fosse finita l’estate per gli Shout Out Louds: nemmeno i pochi episodi sopra le righe, come l’handclapping su “Normandie”, riescono a riportare la solarità.
Il viaggio, tema ricorrente in più episodi, assume sempre il connotato di fuga da qualcuno o qualcosa, sia che ad andarsene sia Olenius, sempre in “Normandie” o come in “You Are Dreaming” che ci si allonatani da lui. “Our Ill Wills”, a differenza del precedente, è molto più omogeneo e curato, i suoni sono puliti e risulta chiaro come sia sviluppato sopra un’idea compositiva ben precisa; se “Howl Howl Gaff Gaff” è un raccoglitore di canzoni nate con diverse modalità e tempistiche, il sophomore album degli Shout Out Louds mette bene a fuoco un periodo preciso della loro carriera e della loro vita personale.

Quello che sono, che ero e che sempre sarò

La band di Stoccolma a questo punto è una realta più che consolidata: le loro pop song li fanno conoscere a un ampio pubblico, anche grazie all’utilizzo delle canzoni più catchy in serie tv di grande successo e con ascolti altissimi (O.C., One Tree Hill), film e videogiochi. Nel 2009, per la prima volta dopo sei anni, non viene pubblicato nessun materiale inedito, con il gruppo impegnato in giro per il mondo in tour, partecipando anche ai festival di maggiore importanza. Scritto per la maggior parte da Olenius in Austriala e registrato a Seattle, Work esce l’anno seguente sul finire di febbraio, con un nuovo avvicendamento alla produzione: viene chiamato Phil Ek, produttore americano già al lavoro con i Fleet Foxes, Band Of Horses, Built To Spill e Shins. Se questo poteva essere un indizio per un nuovo cambio di rotta degli svedesi, il primo singolo “Walls” lascia pochi dubbi: distribuito in free download, si tratta di un brano costruito al piano, in un crescendo continuo dove via via si aggiungono costantemente nuovi elementi, ma senza mai raggiungere quell’impatto e quei ritmi quasi da dancefloor che avevano caratterizzato i singoli di lancio dei precedenti lavori. Il lavoro fatto da Ek con questo disco è minuzioso e preciso, ogni chitara, ogni linea vocale è sempre al posto giusto e curata fino al più piccolo dettaglio; il produttore è abile nel guidare gli Shout Out Louds verso un nuovo suono, se vogliamo più “classico”, non per forza inglobato negli stilemmi pop che finora li hanno contraddistinti.

solvert31Accantonati i synth, le canzoni si sviluppano attorno a linee di piano o chitarra, con la voce di Olenius ripulita rispeto all’urgente graffiare di “Howl Howl Gaff Gaff” o all’angoscia di “Our Ill Wills”. Si può indubbiamente definire come il lavoro più maturo del gruppo, che raggiunge quel grado di coesione nei brani che mancava nei dischi precedenti; maturità artistica e rinascita umana per il gruppo, dopo il pessimismo del secondo disco. Tutto questo traspare anche dai testi, dove si evince la voglia di sollevare il capo dopo i momenti bui, con una chiara presa di coscienza sul proprio essere, a volte esibita usando l’arma dell’ironia (“1999”), altre volte più direttamente: “Cause if you think I'm slowing down/ No, I'm not slowin' down” da “Throwing Stones”. A differenza dei suoi predecessori, “Work” è un grower: entra sottopelle pian piano, pur non mancando di ritmiche catchy, conquistando con il fascino della semplicità: la traccia più significati sotto questo aspetto è “The Candle Burned Out”, lento crescendo psych pronto a esplodere nel finale.
Nonostante alcune chiare influenze, sia di vecchia data come i Cure (chissà se si affrancheranno mai da questa cosa?) in “Fall Hard”, che nuove come la folkeggiante “Throwinig Stones”, il terzo capitolo della storia degli Shout Out Louds è il più personale, a livello sonoro, del gruppo; epigolo felice di un'ipotetica trilogia che li ha visti crescere sia come musicisti, che come persone.

Una nuova decade in full color

Il tempo è un concetto relativo lo sappiamo: “Dieci anni è un periodo di tempo molto lungo quando si è giovani”. Sono queste le parole con cui Bebban Stenborg commenta gli anni trascorsi dall’inizio della loro avventura nata in Svezia e che li ha portati a calcare i palchi di mezzo mondo. Una band che doveva chiamarsi Luca Brasi, proprio come il personaggio del Padrino di Francis Ford Coppola, ma che dovette cambiare nome perché già esisteva un gruppo così battezzato (per fortuna, ci sentiamo di dire). Gli Shout Out Louds concludono il tour di “Work” a ottobre 2011, dopodiché spariscono dalla circolazione: si chiudono in studio per lavorare, a casa loro in Svezia. Per la prima volta in assoluto, la composizione dei nuovi brani avviene in maniera corale, fondendo la scrittura di Olenius con quella della Stenborg; anche la produzione sarà a totale appannaggio del gruppo, con la voglia dichiarata di voler soddisfare principalmente sé stessi.
Optica nasce sulla base di due componenti fondamentali: tempo e luce (intesa come elemento naturale). Il significato assunto da quest’ultima per uno scandinavo è difficilmente comprensibile per chi non abita in quei luoghi ed è strettamente correlato all’idea di tempo. Nei mesi bui infatti, la mancanza di luce snatura le percezioni umane, facendo perdere la concezione del tempo basata sulla semplice osservazione di fenomeni naturali come il sorgere e il calar del sole. Si fa affidamente solo sulle percezioni fisiche (il sonno, la fame) oltre che sull’ovvio supporto tecnologico: è per questo che il ritorno della luce è atteso da tutti con grande impazienza. Il ritorno della luce permette ai nordici di riappropriarsi anche dello scorrere del tempo, riconducendoli verso un’esistenza più “umana”.

In questo clima gli Shout Out Louds hanno ideato e registrato “Optica” un disco di chiaroscuri, espressione della volontà di uscire dal buio e tornare a vedere il mondo in full colour. La strada intrapesa è quella ormai tracciata dal predecessore “Work”: un pop maturo, composto da melodie raffinate e grande cura degli arrangiamenti, cercando di mantenere sempre quell’attitudie catchy che ne caratterizza i lavori. Molto più influenzato da sonorità 80’s, il quarto disco degli svedesi si apre con l’ormai classico omaggio ai Cure (“Sugar”), va a toccare sonorità smiths-iane in alcuni episodi (“Circles”) e riprende confidenza con i synth, accantonati nel precedente lavoro. I singoli scelti per il lancio - “Blue Ice”, “Illusions”, “Walking In Your Footsteps” - non sono dirompenti come i loro predecessori, seppur mantenendo una certa orecchiabilità, mentre spiccano le atsmofere disco di “14th Of July” o il glorioso incedere di “Chasing The Sinking Sun”. Quest’ultima rimanda molto al periodo di “Our Ill Wills”, assieme a “Hermila”, unico brano cantato da Bebban Stenborg e riflesso di quell’aura malinconica che sembra non voler mai abbandonare i cinque di Stoccolma.

Il 2013 sarà un anno di celebrazioni per gli Shout Out Louds: dieci anni di carriera sono un traguardo di tutto rispetto, trascorsi all’insegna della genuinità e della coerenza, durante i quali si sono guadagnati la stima quasi incondizionata di chi, seguendoli dagli esordi, ne ha potuto osservare il cammino fino al raggiungimento della maturità. “Optica” non sarà il loro lavoro migliore, ma ha il pregio di traghettarli indenni verso una nuova decade di musica, mettendo la band in condizione, citando nuovamente Bebban Stenborg, “di affrontare tutto ciò che ci attende là fuori, nella luce, in full color".

Shout Out Louds

Una malinconia pop

di Mattia Villa

Assoluti protagonisti della scena svedese, hanno cantato la malinconia nascosti dietro una maschera pop. Dalla graffiante irruenza degli esordi alla raffinata eleganza degli ultimi lavori, ripercorriamo l'evoluzione di questi cinque ragazzi svedesi a dieci anni dal loro esordio
Shout Out Louds
Discografia
 Album 
   
Howl Howl Gaff Gaff (Capitol, 2005)7.5
 Our Ill Wills (Merge, 2007) 6.5
 Work (Merge, 2009)7
 Optica (Merge, 2013)6
   
 Ep 
   
 100 Degrees (Bud Fox, 2002) 7
 Oh, Sweetheart (Bud Fox, 2004)7
 Combines (Capitol, 2006)5.5
pietra miliare di OndaRock
disco consigliato da OndaRock

Video
Very Loud
(
da "Howl Howl Gaff Gaff", 2004)
The Comeback
(
da "Howl Howl Gaff Gaff", 2005)
Please Please Please
(da "Howl Howl Gaff Gaff", 2006)
Impossible 
(da "Our Ill Wills", 2007) 
Tonight I Have To Leave It
(da "Our Ill Wills", live at P3 Guld, 2008)
Fall Hard 
(da "Our Ill Wills", 2010)
Walls
(da "Work", live on Kexp, 2010)
Four By Four
(da "Work", Live at WFUV/The Alternate Side, 2010)
Show Me Something New
(
da "Work", 2010)
Blue Ice
(da "Optica", 2012)
Walking In Your Footsteps 
(da "Optica", 2013)
Shout Out Louds su OndaRock
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(2006 - Capitol Records)

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